Il «Millennium», un capolavoro italiano

In 70 anni la piccola azienda di Pordenone è diventata leader mondiale

di Tony Damascelli

Albina Poles ha ottantacinque anni. Armando Cimolai ottantanove. Sono fatti di acciaio come la loro ditta. Tutto incominciò con un cancello in ferro. Pordenone sta tra Venezia e Trieste, prende il vento dell'Europa imperiale austroungarica. Quando apri un cancello entra il futuro. Così fu per Armando e Albina. Dopo la guerra non c'era più tempo per piangere, si doveva ricucire le ferite, con il lavoro, dunque la rinascita, dunque fatica, sofferenza e gratificazione. Libertà. La Cimolai, settant'anni dopo è una azienda mondiale, progetta e realizza opere in acciaio, scafi per navi, capannoni, impianti di raffineria e siderurgia, hangar, ricoveri per aerei, ponti, stadi. Il ponte levatoio di Bordeaux, lo stadio Olimpico di Atene, l'Oval Arena di Torino, il ponte Calatrava di Reggio Emilia, lo stadio di Johannesburg, il ponte della pace di Tblisi, il ponte sulla Dora Baltea, lo stadio Olimpico di Torino, i terminal di Fiumicino, il ponte Celtico di Holyhead in Inghilterra, lo stadio nazionale di Varsavia, il cavalcaferrovia Ostiense. Potrei citarne altri cento, mille. Mi basta il Millennium di Cardiff, il teatro che ospiterà la finale di Champions league, la sera del 3 giugno. Quattordicimila tonnellate di acciaio e un tetto di geniale ingegneria. Sarà il colpo di scena di Juventus-Real Madrid. È opera dei Cimolai, su idea della azienda britannica Atkins. Venti minuti per far scorrere le due ali di acciaio, lungo le travi e i binari di una copertura fissa di circa tre ettari dello stadio, senza colonne intermedie, su quattordicimila tonnellate di strutture di acciaio, compresi i telai delle gradinate. Così il tetto semitrasparente si chiuderà sul prato verdissimo. Lo stesso prato «pallettato» viene ricoverato e protetto in un vecchio aeroporto di Cardiff per poi essere trasportato all'interno del Millennium.

Luigi Cimolai è il presidente e amministratore unico della Cimolai spa, è uno dei figli di Albina e Armando, con Roberto che si occupa di un altro settore dell'azienda nella quale sono entrati, altri componenti la dinastia, per ultima Paola, figlia di Luigi. Nonostante il lavoro assiduo per la progettazione e la realizzazione degli stadi i Cimolai non sono tifosi di football, la famiglia è impegnata nel lavoro, come da sempre desidera Armando. Economicità, qualità e rispetto dei tempi, il loro slogan, poco nostrano, molto internazionale. Luigi Cimolai spiega: «Il Millennium fu la svolta per la costruzione di altri stadi. Due anni di progettazione, sei mesi di lavoro in cantiere, duecentoventi operai e montatori, un terzo dei quali italiani, venti navi partite dal porto di Nogaro e Monfalcone, uno staff tutto italiano di ingegneri, geometri, project manager (ora spostati in Qatar per la realizzazione di due stadi del mondiale di calcio del 2022)». Lo stadio ebbe un costo complessivo di 130 milioni di sterline (cambio all'epoca 1 sterlina= 2950 lire italiane, dunque 390 miliardi) di cui 48 milioni pagati dallo Stato attraverso le lotterie nazionali, 23 dalle concessioni dei posti a sedere, altri da prestito bancario. Il municipio di Cardiff garantì 7 milioni per le infrastrutture. «La nostra azienda incassò, per la commessa, 40 milioni di sterline. Il Millennium venne inaugurato il 26 giugno del 1999 con la partita di rugby Galles-Sud Africa alla presenza del principe Carlo. Il quale principe volle conoscere l'italiano capace di tale opera fantastica. Armando Cimolai era, con tutta la famiglia e il figlio Luigi a fianco, in tribuna d'onore e si presentò gentilmente scusandosi: «Io non parlo inglese». Charles non si scompose affatto, replicando: «Non si preoccupi, io non parlo italiano», seguì la stretta di mano, tra il principe e l'uomo che, con Albina, mise assieme quel cancello nel Quarantanove.

Il resto dei Cimolai è in ogni parte dei continenti, là dove l'acciaio non è una lega fredda ma è opera d'arte e di ingegno. Favola antica di una famiglia, reale, italiana. Si chiude un tetto, si pare una leggenda.