Muntari resta senza soldi: auto confiscata

Fermato al confine, non pagava le rate. L'ex Inter e Milan: «Sono in difficoltà»

Poliziotti, non arbitri: questo è il problema. Sulley Muntari ha avuto vita più facile con i fischietti del campo. Si, d'accordo qualche fallo di troppo, qualche parola in eccesso, di tanto in tanto un cartellino rosso, magari pure qualche ingiustizia. E chi se lo dimentica il gol- non gol a Buffon? Ma quella non è vita reale. Tutto passa e va. Soprattutto corre sempre lo stipendio. Invece nella via reale trovi la paletta e non il fischietto, il portafoglio si sgonfia, le bugie ti gonfiano e vieni il giorno che alzi le mani e ammetti: «Sono in difficoltà economiche, non so come pagare l'auto».

I poliziotti al confine tra Italia e Svizzera erano preparati sulla materia, cioè sapevano che quella Mercedes G63, valore commerciale di circa 150mila euro, non doveva stare più nel garage di Muntari e nemmeno varcare il confine. «Caro signore, c'è qualcuno che ha fatto denuncia per appropriazione indebita. L'auto è sequestrata». La voce del poliziotto sarà parsa una condanna, peggio del rigore fischiato dall'arbitro. E da buon calciatore, Muntari ha cominciato a tirar fuori scuse che non hanno retto più di qualche secondo. L'auto dovrà tornare nella proprietà dell'azienda genovese alla quale non sono più state pagate le rate. Grattandosi la crapa, il nostro ha ammesso.

Probabilmente lo capiranno in tanti. Nel paese del pago a rate, se ne sono viste di ogni sorta. Fra l'altro il giocatore ghanese che oggi ha 33 anni, nemmeno un matusalemme, non si è trattato male a stipendi avendo giocato nel Milan, nell'Inter, nell'Udinese, ha prestato opera in Premier league ed anche negli Emirati Arabi dove non pagano male. Ma per campioni e gente dello spettacolo il portafoglio non basta mai.

Muntari non è tipo da caratterino facile in campo e nello spogliatoio, oggi non ha squadra però la sua prepotenza atletica è sempre stato un dignitoso lasciapassare. Talvolta serve anche la testa. Il mondo è pieno di dissipatori di danaro. Anche il mondo dello sport: taluni colpevoli altri vittime. La boxe toglie e rimette sul lastrico, per esempio. Basti ricordare la fine di Joe Louis, antico campione dei massimi, reso povero dalla voracità del fisco americano e Mike Tyson che si è divorato ricchezza e se l'è fatta divorare dal suo manager Don King. Ma non sta meglio Boris Becker, in fallimento per un debito con una banca, o Emerson Fittipaldi che si è visto sequestrati trofei e auto da corsa. Non se la passa bene Tiger Woods. L'universo del calcio ci ha regalato emblematiche cadute nella polvere: Andy Brehme, il tedesco fantastico terzino dell'Inter, si è ritrovato a secco, tanto che qualcuno gli ha offerto un lavoro in una azienda di pulizie. Non parliamo di George Best, Garrincha, ed altri più o meno noti. Ma valga per tutti la storia di Andy Van der Meyde, olandese passato da Milano, sponda Inter, e girovago nelle squadre di casa sua. Ha dilapidato la fortuna in sesso, coca, rum e cammelli. Eppoi si è messo a fare il lottatore: non solo della vita.