Neymar uomo del destino. Ecco l'oro vero del Brasile

Un Paese intero aveva messo la medaglia del calcio al centro dei Giochi. E il rigore decisivo è del capitano

L'allenatore delle Seleção olimpica Rogerio Micale incorona Neymar a fine partita

nostro inviato a Rio de Janeiro

Un boato, un rumore di popolo. Dentro il Maracanã, fuori dalle finestre di tutto il Brasile. Un'esplosione di gioia nel momento in cui Neymar, il predestinato, ha calciato nell'angolino alto il rigore della vittoria, della medaglia d'oro. La prima volta della Seleção nel torneo di calcio delle Olimpiadi è stato il momento più alto dei Giochi di Rio ma nello stesso tempo anche quello più basso. Perché la passione per il futebol, tutto quanto è girato intorno alla vittoria brasiliana, ha dimostrato che il pallone così com'è incastrato tra le altre discipline a cinque cerchi c'entra poco. Probabilmente nulla. Il pallone degli uomini s'intende.

E non è solo quella regola che lascia le cose a metà, mettendo in campo giovani under 23 più tre fuoriquota che spesso le società di appartenenza non vogliono lasciare andare. È l'ambiente, sono le facce, sono le parole. Sono i particolari che fanno sembrare il calcio olimpico nel posto sbagliato. Il Brasile comunque festeggia, si è preso la sua vendetta contro la Germania in una sfida segnata, com'era destino, dal suo campione più assoluto. Neymar è stato prima e dopo, ovvero con il gol su punizione nel primo tempo e con il rigore decisivo, il decimo della serie finale, a cui si è arrivati per il pareggio di Mayer nella ripresa. Ed è stato anche durante, con quel siparietto tra miti con Usain Bolt, ripreso in tribuna a twittare video dopo il gol del ragazzo di Flamengo e ricambiato con l'esultanza tipica del Lampo giamaicano. Felicità, fino ai rigori finali, quando il Maracanã si stava preparando un'altra pagina da romanzo sudamericano. Questa volta però il finale è stato diverso e le lacrime hanno coperto la gioia di un popolo che è tornato campione per una sera.

Poi appunto c'è il calcio, con i suoi riti, con i suoi discorsi, con le sue storture, ed è questo che fa diventare il tutto poco olimpico. Per esempio i volti dei giocatori tedeschi sul podio a ricevere la medaglia d'argento, gli unici atleti ai Giochi saliti a prendere un premio con la faccia da funerale. Che differenza, per dire, con l'estasi del nostro Settebello per il bronzo. Che differenza con il resto dei medagliati di ogni sport. Ma qui è football, dove perdere una finale non è comunque vincere qualcosa. E poi le interviste di Neymar, nel dopo partita, subito a macchiare «il momento più bello della mia vita» con polemiche contro chi lo aveva giudicato male all'inizio del torneo, quando il Brasile è partito con due 0-0: «Questo successo è dedicato a Dio, alla mia famiglia e a i miei amici. Agli altri abbiamo risposto con il calcio, a tutti quelli che hanno parlato male di noi». E poi l'annuncio, lì, con l'oro ancora caldo: «Non voglio essere più il capitano del Brasile, la mia famiglia lo sa già. Dirò al ct di cercarsene uno più maturo di me». Una stonatura feroce, proprio mentre il suo popolo cantava all'unisono l'inno nazionale in una notte che non dimenticherà. Un boato, insomma: è questo il momento che resta di Rio 2016. Ma così non sarà certo a Tokyo, dove i calciatori torneranno ad essere un punto e virgola in mezzo a tanti esclamativi. Neymar intanto ha festeggiato tutta la notte, portando con sé Bruna Marquezine, un'attrice, e seguito dai cacciatori di gossip. Il calcio continua, l'Olimpiade finisce qui.