Le nostre strade una giungla. Muore un ciclista ogni 35 ore

Gli automobilisti italiani tra i più negligenti in Europa. Ma è "tutti contro tutti" tra macchine, due ruote e pedoni

Milano - «È come se ogni anno scomparissero due interi gruppi del Giro d'Italia. Partono ma al traguardo non arriva nessuno...». E solo a pensarci vengono i brividi. Giordano Biserni, presidente dell'Asaps, Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale, commenta così la scomparsa di Michele Scarponi. Con un dato che spiega più di ogni altra chiacchiera come ormai le strade siano diventate una giungla.

È una strage infinita: professionisti, amatori o semplici cittadini che usano la bici per i loro spostamenti quotidiani sono gli utenti più vulnerabili, il vaso di coccio che troppo spesso finisce schiacciato da auto e mezzi pesanti, travolto a un incrocio, superato a distanza ravvicinata, buttato giù come un birillo. Morti e feriti, un triste bollettino di guerra: nel 2015 l'Istat ha stimato che almeno 45 ciclisti al giorno siano stati coinvolti in incidenti e i morti in sella a una bici sono stati 252, uno ogni 35 ore. Certo non sempre chi pedala fa ciò che deve per mettersi al sicuro, non sempre si tiene alla larga da situazioni a rischio. Non sempre a sua volta rispetta le regole. Ma le strade sono a rischio non per colpa dei ciclisti, inadeguate e maltenute da Nord a Sud.

Non solo. Gli italiani, secondo il Barometro della Fondazione VINCI Autoroutes per una guida responsabile, che ha messo a confronto il comportamento degli automobilisti in undici Paesi dell'Unione Europea, sono i guidatori più negligenti. Telefonano senza vivavoce, inviano sms e non rispettano i limiti di velocità. La ricerca ci mette tra i conducenti meno responsabili ex-aequo con gli spagnoli seguiti dai greci, dai polacchi e dai francesi. Siamo un Paese, che a differenza del Nord, dal Belgio all'Olanda alla Germania, non ha cultura ciclistica nonostante negli ultimi anni siano sempre di più, soprattutto nelle città, le persone che vanno in bici.

È un tutti contro tutti. Automobilisti contro ciclisti che non vanno sulle ciclabili, ciclisti contro pedoni che corrono sulle ciclabili, ciclisti contro automobilisti che invadono le ciclabili, automobilisti contro pedoni che non attraversano sulle pedonali. Si potrebbe continuare all'infinito. Ma la mobilità non è una guerra, non è far west quotidiano con insulti, minacce, risse e dispetti. E la sicurezza dei ciclisti è un tema che fino a oggi la politica non è riuscita ad affrontare compiutamente, spesso con annunci cui non sono seguiti fatti concreti.

Pochi giorni fa il sottosegretario ai Trasporti Riccardo Nencini, a margine della presentazione del Gran Premio della Liberazione, aveva ribadito la necessità e l'urgenza di una legge per tutelare i ciclisti: «Dobbiamo ancora stabilire qual è l'attaccapanni normativo, se il Codice della Strada che riprende il suo percorso a giorni al Senato oppure un decreto...» aveva detto. E non è un dettaglio. Se questo provvedimento «salva ciclisti» assumerà infatti la forma del decreto ci vorrà qualche settimana, altrimenti se andrà a modificare il Codice delle Strada si parla di mesi. Al Senato a fine marzo era stato presentato il disegno di legge con modifiche all'articolo 148 del Codice della Strada in materia di tutela della sicurezza dei ciclisti per introdurre l'obbligo di sorpasso ad almeno 1,5 metri di distanza laterale dal ciclista e la sospensione della patente per chi guida utilizzando uno smartphone.

Ma è un'iniziativa tardiva che, con la legislatura ormai agli sgoccioli, difficilmente approderà in aula. E arriva a 5 anni dalla nascita del movimento #Salvaiciclisti che da Londra a Milano ha coinvolto appassionati, politici e sindaci che questi provvedimenti continua a chiederli. Nell'attesa gli attivisti si ritrovano spesso con una «ghost bike» per ricordare un loro amico-di-pedale che non ce l'ha fatta.