Il nostro sport è rosa ma solo sul campo: i dirigenti tutti uomini

Ai Giochi donne spesso vincenti come i maschi Ma non comandano. E quando si candidano...

L'altra metà del cielo, anche nello sport, è donna: alle ultime Olimpiadi di Rio de Janeiro le ragazze hanno stabilito il nuovo record di partecipazione, erano 144 su 314 e quindi rappresentavano quasi il 46% della squadra italiana. Dal 1952, anno in cui per la prima volta le spedizioni azzurre ebbero portabandiera al femminile sia ai Giochi invernali che a quelli estivi (la fondista Romanin e la ginnasta Cicognani) lo sport «rosa» ha fatto passi da gigante, crescendo sempre di più sia come praticanti che come risultati: a Lillehammer 1994 per la prima volta le donne eguagliarono gli uomini come numero di medaglie conquistate, a Salt Lake City 2002 addirittura li superarono.

A questa avanzata inarrestabile sui campi di gara, però, non corrisponde ancora una rappresentatività di genere nelle stanze del potere. Attualmente nessuna della 45 federazioni sportive nazionali e nessuno degli enti di promozione sportiva ha una donna alla presidenza, l'unica eccezione è la Federazione Italiana Twirling (una delle discipline sportive associate) che ha addirittura una presidente e una vice. Poche anche le consigliere: 4 nel Consiglio nazionale del Coni, 3 nella Giunta nazionale, 56 nelle federazioni principali e 20 in quelle associate. Sabato scorso, in compenso, per la prima volta nella storia una donna è stata eletta presidente regionale: è successo in Trentino e lei si chiama Paola Mora.

In questa fase di rinnovo dei vertici federali qualcuna ha provato a invertire la tendenza ma con scarsi risultati. A settembre Novella Calligaris, prima italiana a vincere una medaglia olimpica nel nuoto, si è candidata come indipendente al consiglio federale della Fin. Uno sport in cui su 149.411 atleti il 45% sono donne e in cui i volti da copertina sono quelli delle campionesse Federica Pellegrini e Tania Cagnotto, eppure non ce l'ha fatta: è stata la seconda dei non eletti. «Ho dovuto fare la campagna elettorale in un mese e comunque ho preso molti voti - spiega - però è vero: a livello dirigenziale siamo fermi, il mondo dello sport è ancora molto maschile».

Il presidente del Coni Malagò ha detto più volte che se ci sono poche donne dipende dal fatto che non si candidano. «Ha ragione - continua la Calligaris - e quelle poche spesso sono nominate più che elette, in molti casi si tratta di candidature blindate. Ci vuole più coraggio di mettersi in gioco, che per una sportiva dovrebbe essere naturale, ma è pure vero che competere con gli uomini è più difficile». Sulla possibilità di risolvere il problema introducendo le cosiddette «quote rosa» la Calligaris è più scettica: «Lungi da me fare discorsi femministi, per me il femminismo è stata un'invenzione dei maschi per sfruttarci a casa e fuori. Le quote rosa non risolvono se le nomination vengono fatte a uso e consumo di chi è al potere. Deve vincere la competenza e da questo punto di vista le sportive, per poter ambire a certi ruoli, devono crearsi una professionalità accumulando esperienze anche nel mondo del lavoro».

La pensa in modo simile ma non del tutto Maria Moroni, pioniera del pugilato femminile in Italia e prima donna tesserata dalla Fpi da quando nel 2001 questa disciplina è stata riconosciuta in Italia con un decreto del ministro Veronesi. Fatto salvo il discorso sulla competenza, la Moroni - che oggi è anche avvocato e si è appena candidata (senza successo) in quota dirigenti alla Fip - ritiene che il Coni e di conseguenza le federazioni, debbano essere assoggettati alla normativa che riguarda le quote di genere. «Perseguono finalità di natura pubblica gestendo contributi pubblici quindi si potrebbero fare dei parallelismi con gli enti pubblici». La Moroni cita diverse leggi (tra cui la 20/2016 e la Golfo-Mosca del 2011), la Costituzione italiana e la Carta Olimpica del Cio. E a Malagò che ricorda come il Coni non abbia il potere di legiferare dice: «Messa così ha ragione, ma se davvero ci fosse la volontà qualcosa si potrebbe fare. Lo stesso Coni si è dotato di un Comitato per le Pari Opportunità: il problema è che si riunisce due volte all'anno, come si fa a cambiare le cose in questa maniera?».