«Quella notte ho visto la rivoluzione totale della maglia numero 14»

«Il mio Milan vinse la coppa Campioni, ma iniziava un'altra era Cruijff era immarcabile più di Pelè. Non sapevi dove aspettarlo»

Caro Trap, ha sentito di Cruijff?

«Certo. E ho qui davanti agli occhi una serie d'immagini che mi scorrono velocemente senza che io riesca a soffermarmi su una sola. Segno che è stato uno di quei personaggi destinati a riempire le pagine dei libri di storia e non solo le cronache quotidiane».

Cominciamo dalla perdita per il calcio dei nostri tempi tormentati: cosa è stato Johan Cruijff per Trapattoni?

«È stato il simbolo del passaggio storico dal calcio di stampo antico a quello di timbro moderno. È stato l'interprete, raffinato e impareggiabile dal punto di vista tecnico, della grande scuola olandese che ha rivoluzionato i canoni di questo sport e l'ha reso un esempio da imitare. Persino in un dettaglio di apparente poco conto, è riuscito a segnare una svolta. Mi riferisco alla scelta del numero 14 con la maglia del Barcellona. Per quelli della mia generazione al genio, al Rivera di turno insomma, spettava la maglia numero 10. Anche per via di questa scelta si intuì che il calcio non sarebbe stato più lo stesso».

Nello sfidarlo da rivale, durante la finale di Coppa dei Campioni a Madrid contro l'Ajax, capiste qualcosa di quel che sarebbe diventato?

«Per molti di noi fu una specie di scoperta della rivoluzione tecnica e stilistica che si stava preparando. Quella notte il Milan vinse con punteggio largo ma ci rendemmo conto in anticipo, di cosa sarebbe accaduto».

Marcarlo dev'essere stata una tortura...

«Risultava impossibile ricorrere allo schema tradizionale della marcatura uomo su uomo perché Cruijff non era mai nella posizione prevista. Non era come Pelè, ad esempio, che agiva in pratica da tre-quartista, lo aspettavi al varco, sapevi che sarebbe passato da lì. Non solo Pelè, anche Eusebio che ci tirò matti a Londra nella finale col Benfica. Cruijff no, era sempre da un'altra parte, a ricevere palla, a dettare il passaggio, a contrastare l'attaccante avversario».

E a Belgrado nel '73 la Juve certificò l'inizio della nuova epoca del calcio olandese...

«In quella finale prendemmo gol dopo 5 minuti da Rep. In tanti considerarono quella sconfitta come una grave colpa, poi capirono che ci eravamo arresi a uno che avrebbe vinto 3 Palloni d'oro».

Gianni Brera lo definì il Pelè bianco: giudizio da sottoscrivere?

«Sicuramente è stato della stessa razza. Caratteristiche diverse ma stessa razza. In precedenza soltanto un altro fenomeno mi aveva destato la stessa impressione e provocato l'identico stordimento».

Chi?

«Alfredo Di Stefano che è stato l'antesignano del campione totale, esponente di un calcio, per velocità e fisicità, diverso dai tempi dell'olandese».

E in campo Cruijff come si comportava?

«Ecco un altro aspetto del fuoriclasse assoluto che ha contribuito poi a trasformarlo nel mito di un'intera generazione di appassionati di calcio. Cruijff era elegante e velocissimo, semplice nelle giocate e corretto, e in particolare anche quando ti dribblava e ti lasciava sul posto come un palo, non dava certo l'impressione di volerti prendere in giro».

Poi c'è stato il Cruijff allenatore...

«Che non ha cambiato registro, anzi ha trasferito sul campo la sua idea di calcio proprio con il Barcellona dopo aver scoperto un altro talento del suo stesso dna, Marco Van Basten, il ragazzo dalle caviglie di cristallo».

In Italia il calcio totale non attecchì granchè...

«L'interprete più autorevole e più discusso è stato Sacchi che a quel calcio si è ispirato dopo averlo studiato a lungo. Non a caso Arrigo ha avuto bisogno di campioni provenienti da quella scuola per imporre il gioco del suo Milan».

Trap, concludiamo con una classifica dei più grandi. Chi mettiamo sul podio?

«Le graduatorie sono sempre complicate da stilare. Io penso che Di Stefano, Pelè, Maradona e Cruijff meritino una citazione speciale. In questo gruppo però devono trovare posto anche Eusebio e Platini».