Palmisano fiore di bronzo salva l'Italia con il sorriso

La tarantina col fermacapelli floreale 3ª nella 20 km Gli azzurri ritrovano un podio iridato dopo 4 anni

Alla vigilia dei mondiali, lei e il suo fermacapelli a forma di fiore erano tra i pretendenti al podio. Però, ieri mattina, quest'Italia arrivata all'ultimo giorno malmenata dalle delusioni come avrebbe potuto immaginare che quel gradino sarebbe davvero arrivato? Non era scarsa fiducia in Antonella Palmisano, visto che la tarantina fresca 26enne era, e dopo questo bronzo a maggior ragione sarà, uno dei nostri gioielli rari. Era sconforto. Era lo scetticismo che poneva solide fondamenta nello sprofondo tricolore a cui avevamo assistito impotenti lungo la settimana mondiale. Di più: anche nell'ultima olimpiade e nell'altra rassegna iridata, a Pechino, due anni fa. Zero ori, zero argenti, zero bronzi, zero podi, questo l'impietoso risultato. E zero gradi attorno al presidente Alfio Giomi, l'appassionato dirigente che sta cercando, tra enormi difficoltà, di tirare fuori dalla palude quest'atletica sgambettata da molti travi messi di traverso. «A livello giovanile», ha fatto il punto il n°1 Fidal, «siamo tra i più forti d'Europa, ma ora serviranno più controlli su tecnici e atleti d'alto livello... ci fideremo di meno... C'è chi si è accontentato di essere qui, e questo non è accettabile. Bravi invece marciatori e fondisti».

Tornando alle travi di traverso di cui si diceva, eccone un paio di esempi: un governo e un sistema scolastico disattenti verso gli studenti sportivi; e genitori che agli allenamenti nebbiosi e freddi d'inverno sui campi d'Italia preferiscono per i loro figli palestre riscaldate e tanto volley e tanto basket e tante altre cose con il risultato che potenziali saltatori e saltatrici e sprinter e lanciatori si perdono per via. Anche se va poi a finire che piccoli eserciti di pallavolisti e cestisti mancati restano sui campetti a far nulla e vanno magari ad alimentare schiere nostalgiche di similatleti con la pancetta che a 40 anni scoprono quanto sia bello correre e far maratone. Se a mondiali e olimpiadi andassero i quarantenni, l'Italia sarebbe come gli Stati Uniti. Una potenza.

Antonella ha chiuso in 1h26:36, terza dopo essere stata 4ª a Rio e 5ª a Pechino 2015, seconda prestazione italiana all time e personale abbassato di 1' e 15. Ha agguantato il podio all'ultimo grazie alla squalifica della cinese Lyu Xiuzhi (oro alla connazionale Yang Jiayu in 1h26:18 davanti alla messicana Gonzalez). Però nella marcia non c'è da dire grazie a nessuno visto che giudici e cartellini fanno parte della disciplina tanto quanto il punta tacco, e la cinese aveva già sul groppone tre proposte di cartellino rosso per dirla col calcio. Rispettivamente 14ª e 15ª Eleonora Giorgi e Valentina Trapletti.

Nelle parole a caldo, Antonella è l'esatto specchio di come questa medaglia debba essere accolta dall'atletica italiana: con rabbia, con scontentezza. Non deve essere vissuta come il gancio a cui aggrapparsi bensì come il minimo indispensabile per ricominciare subito, da oggi, domani, ad ammazzarsi ancora più di fatica. «Quando ho tagliato il traguardo ero scontenta» rivela dopo aver raccontato della passione per lo yoga e di quanto l'abbia aiutata a non sentire la pressione della sua medaglia salva spedizione, «avrei voluto, e in futuro lavorerò per questo, essere con quelle davanti a giocarmi tutto anche all'ultimo giro. Invece qui non ce l'ho fatta. Il mio allenatore era felice, gli altri attorno pure, io no».

Ecco. È così che dovrà vivere questa medaglia l'atletica azzurra: con rabbia, con scontentezza, lavorando e senza neppure farsi sfiorare dal pensiero che 12 mesi fa ai Giochi erano stati zero podi e adesso si torna sul gradino (42 medaglie nella storia della rassegna mondiale, 15 dalla marcia) a distanza di quattro anni dall'argento di Valeria Straneo nella maratona a Mosca. Ma pensando solo che, la prossima volta, l'Italia dovrà essere con quelle davanti. Magari non a giocarsi tutto all'ultimo giro. Basterà esserci.