La perseveranza premia Koelliker alla terza vita

L'ad Ronconi: «Pronti per il futuro, nel mirino l'auto elettrica cinese». Svolta iniziata nel 2017

Roberta Pasero

Milano Punto e a capo. Si volta pagina. Sul copione c'è scritto terzo tempo. Perché quello del gruppo Koelliker, storico importatore e distributore automotive, è un kolossal con un happy end per nulla scontato. Che dopo un tormentato fermo immagine lungo dieci anni e alla chiusura del piano di ristrutturazione del debito bancario, è riuscito a tornare sul set per un nuovo «ciak si gira».

Così proviamo a raccontarlo. Come un film con tanti colpi di scena. Tocca a Luca Ronconi, ad del gruppo e abile regista della rinascita, riavvolgere il nastro lungo 83 anni di Koelliker, uno storico di 1,8 milioni di veicoli venduti. Non lo fa con il tono trionfalistico di chi ce l'ha fatta. Ma soppesa le parole, come a ripeterle ancora una volta a se stesso. Come se temesse che l'incubo non sia davvero finito.

Primo tempo. C'era un imprenditore visionario, Bepi Koelliker, che con audace spirito scouting dal 1936 importava marchi luxury, quelli che gli italiani avevano sognato al cinema. Come Rolls-Royce, Jaguar, MG, ma anche quelli iconici come Mini Morris che faceva tanto swinging London. E poi Daimler, Jeep, Chrysler, Seat, Hyundai, Kia, Hillman, Humber. E naturalmente Mitsubishi e SsangYong che ancora oggi sono in portafoglio. C'era la concessionaria salotto in piazza San Babila. Era qui, proprio davanti alla vetrina di Koelliker, che si specchiavano i sogni rombanti della Milano da bere.

Poi un giorno la pellicola si è inceppata. I fotogrammi si sono riavvolti a doppia velocità sulla bobina. E lo schermo si è fatto nero. Anzi «Profondo rosso». «Era il 2007, l'anno in cui cominciava la crisi dell'auto quando Koelliker raggiunse gli 840 milioni di euro di debito verso 24 banche», racconta Ronconi. «L'inizio di una caduta che sembrava non finire mai».

Secondo tempo. «Mission impossible». Salvare Koelliker dal fallimento. Dalla fine. «Abbiamo iniziato a vendere tutto quanto potevamo, le attività italiane di Hyundai e di Kia, quelle di distribuzione dei ricambi, gli immobili. Ma siamo riusciti a venderne una piccola parte. Perché il mercato immobiliare stava crollando. Come noi», spiega il manager. Scorrono davanti agli occhi le sequenze di «Il denaro non dorme mai» o «The Company Man» che hanno provato a raccontare il crollo dell'impero di Wall Street. I manager che uscivano dai grattacieli di Manhattan con anni di vita e di carriera chiusi in una scatola di cartone venti per venti. Costretti a svendere superattici ocean view al peggior offerente. «Abbiamo dovuto passare per numerose rimodulazioni e ristrutturazioni del debito e un piano liquidatorio che ci impediva di ottenere finanziamenti e, quindi, di acquisire nuovi marchi».

La svolta nel 2017 quando Ronconi ha conosciuto Roberto Giacobone, ad della boutique di investimento Canova. Un caso, frequentavano la stessa piscina. In due anni hanno tracciato la complessa architettura dell'operazione finanziaria con i fondi gestiti da CarVal Investors che, con Celtic Asset Management, hanno acquistato il credito bancario del gruppo. L'operazione ha previsto la costituzione di un veicolo, Konki Spa, con un club di investitori che ha rilevato il 100% delle azioni Koelliker, organizzato da Canova con il 93,5% del capitale, da Luigi Koelliker con il 5% e proprio da Ronconi con l'1,5%.

Terzo tempo. Ora la nuova Koelliker gode di un patrimonio di oltre 37 milioni che consente di disegnare a mano libera il futuro del gruppo e dei 326 dipendenti. «Konki in giapponese significa perseveranza, dote che abbiamo scoperto nel nostro Dna», sorride finalmente Ronconi. Che il 26 luglio con il nuovo cda presieduto da Giacobone ha chiuso definitivamente con il passato. «Ora pensiamo a espanderci. Forti della crescita di Mitsubishi (+58% nei primi 8 mesi del 2019) e di SsangYong (+7%) punteremo a consolidare Autotrade & Logistics, il nostro compound livornese di logistica, e a importare veicoli, guardando ai brand elettrici cinesi». Non più soltanto per Rossella O' Hara in «Via col vento», ma anche per Koelliker finalmente «Domani è un altro giorno».