Piola, bomber delle risaie che stregò Roma e Parigi

C ome gli eroi della storia, i campioni dello sport non hanno età. Continuano a viaggiare nel tempo e nella fantasia, attraverso la narrazione e la scrittura di chi li ha conosciuti, studiati, intravisti. Silvio Piola, da Robbio Lomellina, compie oggi cento anni. Scrivo così, al presente, in omaggio a chi non può certo essere cancellato dai libri di football e dalle sue cronache. Silvio Piola è stato un centro avanti dal piede rozzo ma bestiale, vedeva la rete della porta in area di rigore anche quando lo stadio era chiuso, il catenaccio al cancello e le luci spente. Ha messo dentro più palloni lui di qualunque altro calciatore italiano. Lo sta seguendo e inseguendo Francesco Totti che con l'Aquilotto qualcosa in comune ha ed è paradossale: a Vittorio Pozzo il Piola non garbava molto perché lo considerava una montatura del tifo romano, quello laziale si intende, così come è capitato al Pupone giallorosso.
Il potere del fascio lo sottrasse all'Inter portandolo a Roma per 300mila lire versate alla Pro Vercelli e garantendo a quel ragazzone alto quasi un metro e ottanta, in mezzo a molti sodali suoi di statura normale, un salario di lire cinquemila mensili più un premio di diecimila all'anno. Silvio Piola usava quei denari da benestante, come era la sua famiglia, comprava fucili da caccia, la sua passione vera, si era portato appresso nella capitale il cane Frem abituato alle nebbie pavesi. Il resto delle lire venivano indirizzate alle automobili e qualche visita, insieme con la brigata dei suoi colleghi di squadra, nei luoghi di piacere come era uso nell'epoca pre Merlin. La notte di piacere più storica avvenne a Parigi, durante i mondiali vinti nel '38: «In campo vedevamo due palloni, eravamo sfiniti dopo un mese e mezzo di ritiro e di allenamenti. Chiedemmo a Pozzo una serata di libertà...». Pensieri e parole verissime, documentate in bianco e nero dai cinegiornali dell'epoca, con l'enfasi da repertorio.
Pozzo dovette ricredersi comunque sul ragazzo, un giorno a Vienna. La convocazione di Piola gli venne imposta dal generale Vaccaro e da Ottorino Barassi, il soldato Silvio potè espatriare e presentarsi al Prater di Vienna con due gol, la prima vittoria italiana in terra dei maestri austriaci. Furono gol sempre, di destro e di sinistro, piedi rozzi, scrisse Brera e pensava Vittorio Pozzo giornalista e commissario tecnico azzurro. Silvio Piola aveva fatto la gavetta di tutti, giocando a pallone, con la palla di pezza e simile, per le strade di Robbio e di Vercelli, quando il passaggio di un'autovettura era un caso rarissimo e dunque i bambini potevano correre per vie e controviali, giocare di rimbalzo contro i muri, affollare i cortili, infilarsi tra i portici di piazza Cavour con lo sguardo del conte Camillo Benso, monumento a centrocampo. Storie di profumo antico per il ragazzo con la tessera federale numero 34002 la cui somma, dicevano, era il numero della sua maglia quando, in verità, soltanto gli inglesi portavano le cifre sulle loro divise. Ho detto apposta gli inglesi perché Silvio Piola il tredici di maggio del Trentanove, questo fece, nel racconto di Luigi Cavallero (uno dei giornalisti morti nella tragedia granata a Superga), inviato de La Stampa a San Siro per la sfida tra azzurri e bianchi d'Inghilterra: «..Al 20' Piola s'addossa a Male per rovesciare un centro di Colaussi. Il nostro centro avanti si sbilancia nel cadere, tenta di toccare di testa e sfiora invece la palla con un pugno. Woodley è battuto. Gli inglesi protestano con l'arbitro. Anche il segnalinee interpellato, afferma la validità del punto». L'arbitro si chiamava Bauwens, era tedesco, debbo ritenere che vista l'epoca seppe da che parte stare.
Gol di mano ma non de Dios, gol a centinaia, sei alla Fiorentina, tre a suo zio Giuseppe Cavanna, portiere del Napoli, fotogrammi eroici di un derby del marzo del Quarantuno: maglia insanguinata, un turbante sulla testa e alla fronte tagliata dopo uno scontro di gioco con il romanista Acerbi, gol, due, con quella capa da beduino, eroe allo stadio del Partito Nazionale Fascista. E poi il Torino, e ancora la Juventus ma nel tempo durissimo della guerra: «Da Vercelli a Torino in treno, ogni giorno, cinque ore, i vagoni carichi, le stazioni devastate dalle bombe, il disordine, i contrordini continui. Due anni amari per me e per il presidente Dusio». Quindi il Novara e sempre gol. Totale 274, no 290, perché 16, quelli realizzati nel campionato non a girone unico, nella stagione 45-46, erano scomparsi per un certo tempo e ritrovati come in una cassapanca dimenticata in soffitta. Vinse il mondiale ma mai lo scudetto, come Antognoni e De Rossi, e fu il suo cruccio. Due stadi, quelli di Vercelli e di Novara, portano il suo nome e cognome. Il pallone, quando vuole, sa conservare la memoria, almeno nelle targhe, nelle lapidi, per poi arrugginire il resto.
Oggi è domenica, giorno di football e di caccia. Il giorno di Silvio Piola. Non un minuto di silenzio ma cento anni di applausi.