Quando Ago conquistò la Mv

di Enrico Benzing

Il modo migliore di festeggiare il settantesimo compleanno di Giacomo Agostini mi sembra quello di collocare il grande campione nel quadro tecnico della sua epoca, ovvero sulle moto e nelle corse di quasi cinquant'anni fa. E di ricordare quel lungo pomeriggio passato in sua compagnia, quando mi invitò nella sua bella villa, in un clima bucolico e familiare, all'epoca della nascita del Giornale, per mettere a punto una speciale intervista. Molti ricordi erano ancora freschi ed era interessante imbattersi nella sua vita privata, in veste di ex iridato, già personaggio di spicco, anche come fotomodello e come attore, con mille interessi e perfino con una puntata sulle quattro ruote, che aveva tutto un sapore hollywoodiano, pur fermandosi alla Formula 2 ed evitando la troppo suggestiva scalata alla Formula 1. E pensare che l'ho visto debuttare a Monza, con una Morini 250 (avevo oltre dieci anni di professione alle spalle), poco prima di lasciare il motociclismo, per i gran premi automobilistici, e l'impressione è stata più che notevole.
Come avviene per tutti i campioni, del resto, le doti si manifestano al primo atto. Ricordo la sua moto, bella, ma normalissima: oggi sarebbe una comune moto stradale di livello, senza carenature, semplice e concentrata sul motore. Un ricordo particolare, perché ho conosciuto e ammirato, fin dal 1948, Alfonso Morini, uomo leggendario, corridore dei tempi d'oro, con una passione per la moto davvero travolgente. Che personaggio! E aveva un motorista, Lambertini, che era il suo secondo segreto di ogni successo, un vero mago. Allora, assistetti a una specie di litigio tecnico-sportivo con il conte Domenico Agusta, ai primi fasti della MV, perché si correva, in 125, con i due tempi, e quel piccolo motore a quattro tempi del Comm. Morini, accanto alla rivelazione della Mondial, appariva come un tradimento o un illecito. Quando arrivò Giacomo Agostini, il motorino di Lambertini era già passato ai 175 e 250 cmc, con una scia di successi. Nella stagione 1964, quando ancora si correva una serie di appassionanti competizioni in Emilia-Romagna, da Modena a Riccione, da Cesenatico a Imola, eccetera, Giacomo Agostini le vinse tutte. E l'anno dopo veniva strappato a Morini dal mitico conte Agusta, per la sua prima vittoria con la MV 500 a quattro cilindri.
Quelli sì erano grandi intenditori e riconoscevano il fuori classe al primo sguardo. Vita dura nel mondiale: c'era Hailwood a spadroneggiare, ma già nel 1966 arrivava il primo titolo nella massima categoria ed era un astro in orbita.
Quindici corone mondiali rappresentano esse stesse un primato. Ma non si deve dare eccessivo peso all'entità numerica, oggi irripetibile, perché in quegli anni i piloti disputavano più gare in ogni gran premio. Per Agostini, è stata una manna l'arrivo di una 350 un po' rivoluzionaria, la famosa tre cilindri, dopo la prima esperienza della MV con una quattro cilindri, copia rimpicciolita e opaca della mezzo litro. Ecco, questa tre cilindri 350 è stata la vera moto emblematica dell'epoca di Agostini, che si allacciava stupendamente ai successivi sviluppi - e ai titoli mondiali - della 500. Macchina compatta, ottimamente equilibrata, con un motore fluido e potente. Il campione irresistibile si è formato a questa scuola e quando è stato chiamato alla Yamaha, con la celebre quattro cilindri a due tempi, è stato come giungere all'apoteosi. Le incredibili moto carenate anni Cinquanta, tremendamente impegnative, erano un pallido ricordo. Per l'era di Agostini solo una limitata carenatura: macchine molto stabili e sincere, abbastanza leggere, con potenze che richiedevano maestria, per essere dominate, senza l'elettronica odierna, senza le attuali sofisticazioni di pneumatici e di telai. Fatte solo per il campione autentico.