Quando l'allenatore è costretto a lottare dentro e fuori dal campo

Pagati, amati, invidiati ma non si arrendono maiDa Sarri con la polmonite a Mihajlovic e Tabarez

L'ignoto è il peggior nemico dell'allenatore. Se poi l'ignoto è una malattia, più o meno grave, che si presenta all'improvviso, devi batterla a tutti i costi. Gli urlacci dalla panchina non bastano, quell'avversario non lo studi su una lavagnetta. Non sai nemmeno quanti gol di svantaggio devi recuperare. Di certo in campo ci vanno i giocatori, chiamati a una doppia vittoria, per la gloria di squadra, ma anche per il loro condottiero impegnato in una battaglia personale. Sabato ricomincia la Serie A e due squadre saranno temporaneamente orfane dei loro tecnici. Il Bologna, di scena a Verona senza Sinisa Mihajlovic (in ospedale per sconfiggere la leucemia) e la Juve, a Parma priva di Maurizio Sarri, colpito da polmonite. Ci vorranno almeno due settimane e potrebbe saltare pure il match contro il suo Napoli alla seconda giornata, è quanto fin qui emerso.

Ci sono anche queste avversità, come se la vita dell'allenatore, ben remunerata s'intende, non riservasse già tante trappole. È sempre il primo a pagare per tutti, deve fallire il meno possibile e anche quando vince non ha poi tanto da festeggiare perché la partita più importante rimane la prossima. Uno spietato circolo vizioso che a inizio anni Duemila costrinse un guru come Arrigo Sacchi a troncare la carriera. Era sopraffatto non da un male, bensì da un malessere, da un cortocircuito partito dalla testa e contagioso per tutto il corpo. Era stress eccessivo, descritto dall'ex tecnico come «un tarlo, quel tarlo del perfezionista che prima lo senti come alleato, ma poi diventa nemico». Ed è stato un allenatore in battaglia anche John Kirwan, ala degli All Blacks ed ex ct dell'Italrugby, chiamato a scacciare via il tormento della depressione, un abisso profondo raccontato da lui stesso nella toccante biografia «Gli All Blacks non piangono»: è finita con un successo, perché «vinci quando sfrutti la malattia per migliorarti. E io ora sono un uomo e un coach migliore».

Un allenatore è sempre acceso, si ferma solo quando è costretto, ossia licenziato. Se c'è una malattia questa diventa solo uno stimolo in più, come scritto due giorni fa nella lettera in cui David Blatt ha annunciato di essere affetto da sclerosi multipla progressiva. Ma non lascerà il basket, continuerà a essere sul parquet alla guida dei greci dell'Olympiacos. Alla stregua di Oscar Tabarez, il ct dell'Uruguay ex di Cagliari e Milan, da diversi anni alle prese con la sindrome di Guillain-Barrè. Dirige gli allenamenti su una sedia a motore, in panchina ci va con la stampella, quella che durante il Mondiale di un anno fa lasciò cadere di colpo per esultare al gol decisivo di Gimenez contro l'Egitto. Un urlo di liberazione, simile a quello dei giocatori del Siviglia che due stagioni fa in Europa League rimontarono il Liverpool da 0-3 a 3-3. Gli spagnoli sfoderarono un secondo tempo epico, dopo che all'intervallo il tecnico Toto Berizzo aveva ricordato ai suoi della propria battaglia: «Ho un cancro alla prostata, fatelo per me».

È questione di antidoto, un mix di motivazioni e impulsi. Perché dietro a ogni sportivo c'è pur sempre un uomo.