Quintana, Bardet & Porte per sabotare il Tour de Froome

Il britannico cerca il poker con una squadra stratosferica. In tre possono sbloccare la corsa. E Aru vuole inserirsi

Jean Cocteau, che per i transalpini è stato semplicemente un genio della letteratura, del cinema, del teatro e anche della pittura, considerava i francesi «degli italiani di malumore». Ciclisticamente parlando i cugini non vedono il traguardo di Parigi dalla notte dei tempi: 1985, Bernard Hinault. Il malumore è più che giustificato, anche se loro non mancano di ostentare la loro grandezza anche sulle strade teutoniche di Düsseldorf, dove questo pomeriggio scatterà con una cronometro individuale di 14 km l'edizione numero 104 del Tour de France.

Gli italiani sono di umore migliore, e non solo ciclisticamente parlando. Al Giro con le ruote sgonfie, qui siamo con una truppa di 18 corridori guidati dal campione di taglia, Fabio Aru, che sfoggerà per tre settimane una maglia davvero tricolore. Le ambizioni sono molte, i sogni altrettanti. «Se i francesi credono in Bardet, perché mai noi non dovremmo credere e puntare forte su Fabio?», dice il ct Davide Cassani.

I francesi sognano, gli italiani sperano. Loro ancora di malumore, noi molto più sereni e consapevoli, anche dei nostri limiti. Sarà un Tour incerto, con il britannico Chris Froome in pole position, nonostante si presenti al via della Grande Boucle con un ruolino di marcia non esaltante. Sarà sorretto da una squadra monstre, che incute rispetto e timore più del suo capitano che punta al poker.

Il pericolo è proprio questo: quanto peserà la strapotenza della Sky nell'economia del Tour? Li vedremo in formato Us Postal (il team stellare di Armstrong)? Se così fosse, mettiamoci il cuore in pace: sarà un Tour da taglio alle vene, bloccato e privo di fantasia. Le speranze sono due: che la squadra non sia così super come può apparire a prima vista e che Froome sia meno brillante di un anno fa. In questo caso ci sono corridori, squadre e terreno per trasformare un Tour che rischia la paralisi, in una corsa per lo meno divertente.

Ventuno tappe, 3.540 chilometri, da Düsseldorf a Parigi. Nessuna cronosquadre. Dopo 25 anni Christian Prudhomme il direttore della Grande Boucle - propone tutte e cinque le catene montuose francesi: Vosgi, Giura, Pirenei, Massiccio Centrale e Alpi.

Tour incerto, dicevamo. Si spera spettacolare. Tutti contro il keniota bianco Froome. Ad incominciare dal colombiano Nairo Quintana, reduce dal secondo posto al Giro. Ci spera anche un francese come Romain Bardet, 2° nel 2016. La grande incognita è data dal tasmaniano Richie Porte, che per Froome è l'uomo più pericoloso, il più accreditato a contendergli la maglia gialla. Anche perché forte a cronometro e, pensatela come volete, anche se i chilometri contro il tempo saranno pochi, incideranno più delle salite.

Tanta la montagna da scalare, ma solo tre gli arrivi realmente in quota: La Planche des Belles Filles (5ª tappa), Peyragudes (12ª), Izoard (18ª). E le montagne di prima, seconda o fuori categoria si fermano a 23: l'anno scorso erano 28.

Gli ultimi tre Tour vinti dai corridori italiani (1965 Gimondi, 1998 Pantani, 2014 Nibali, ndr) sono tutti partiti lontano dalla Francia. Quello di Gimondi da Colonia, in Germania. Per questo gli italiani sognano con Fabio Aru e non nascondono il loro buonumore. I francesi, invece, si affidano a Romain Bardet, ma le loro facce che ostentano sicurezza danno comunque ragione a Jean Cocteau.