Un Ringhio solo in mezzo a troppi verdetti

di Tony Damascelli

Ieri mattina, durante una trasmissione radiofonica, un giornalista, che segue la cronaca giudiziaria scrivendo per uno dei più illustri quotidiani italiani, ha detto: «Quando guardate la faccia di Conte sappiate che è un indagato. Quando guardate la faccia di Bonucci sappiate che è un indagato».
Ecco il problema: guardare in faccia qualcuno e condannarlo, semplicemente perché un giudice ha deciso di metterlo sotto indagine, con un'accusa specifica e volgare "associazione per delinquere". Non c'è la sentenza ma esiste già la punizione, c'è un avviso ma è già l'esecuzione, mancano le manette e l'applauso della folla all'indirizzo del criminale.
Nel caso ultimo si tratta di Rino Gattuso che è uguale agli altri casi ma è stranamente diverso. Se dovessi mutuare il pensiero e il gergo del cronista succitato potrei anche dire: «Basta guardare la faccia di Gattuso per…». Per che cosa? Per chi? Rino Gattuso ha vissuto una carriera grandiosa, dopo aver frequentato il calcio squattrinato e quello ricchissimo, ha vinto, stravinto, ha guadagnato di più, è nato quadrato e potrà morire tondo, anche se la pensava e la pensa ancora in modo opposto e, così, quelli che vedendo la sua faccia debbono pensare che sia indagato, dunque possibile di reato, di crimine. E' la legge al contrario, tu cittadino sei colpevole fino a quando non hai dimostrato la tua innocenza, dunque vieni gettato in prima pagina come è capitato con Francesco Acerbi, drogato, dopato, sospeso dal suo lavoro di calciatore. Poi si è scoperto che la sua droga si chiama cancro, di nuovo maledetto sul corpo giovane. E nessuno ha chiesto scusa, nessuno ha osato abbassare il capo e presentarsi per avere perdono. Nessuno.
Rino Gattuso da ieri è stato inserito nella lista di attesa dei condannati. Si mormora, si sussurra, si ipotizza, si dice. Per ora l'inchiesta continua ma la piazza e una parte della stampa hanno già emesso il verdetto. Il ragazzo di Calabria, brutto e ignorante, di piedi e di testa, l'immigrato cattolico che a Glasgow indossava magliette con gli slogan dell'unione nazionalisti protestanti, senza sapere, senza conoscere il senso e i problemi socioreligiosi di quella terra, ha vissuto con generosità e incoscienza, sollevando trofei e frullando avversari, mostrandosi, per pubblicità, in mutande griffate, offrendo, per trance agonistica, il muso violento contro Joe Jordan, scozzese come la moglie di Rino, milanista di cuore, come Rino. Il suo striscione di football lungo trent'anni è stato stracciato e bruciato da una notizia di agenzia e dalle indagini della procura. Trent'anni di cuore coraggioso, di un calabrese che ha provato a riscattare il Sud profondo, la propria ignoranza, la povertà antica, correndo controvento e scoprendo che quell'aria era tossica, che certi amici erano complici, che certi sorrisi erano ghigni. Gattuso Rino ha detto di sentirsi offeso. Mi sembra l'aggettivo giusto, ormai in via di estinzione in un mondo dove l'aggressione, attraverso lo strumento della giustizia, è una prassi quotidiana. Gattuso si ritrova isolato ma non solo, dopo essere stato accerchiato da mille e metà di mille tra sodali, tifosi, fanatici. Capita a lui, è accaduto ad altri, angeli, prima e demoni, dopo. Non avrei voglia di credere a nulla di quello che ho sentito e letto, mi dicono che sia doveroso rispettare la giustizia e il suo corso, anche se la giustizia non usa lo stesso rispetto e la stessa prudenza nei confronti dei cittadini. Gattuso è sfinito, non finito. Se verrà riabilitato, molti ricorderanno queste ore sporche. Se sarà incriminato, moltissimi diranno «bastava guardare la sua faccia». Non so se provare disgusto o paura.