Rivera, 70 anni da golden boy per un monumento mancato

di Tony Damascelli
Gianni Rivera ha i capelli a spazzola e soltanto sedici anni, gioca contro l'Inter e indossa la maglia grigia dell'Alessandria. Era il giugno del 1959. Gianni Rivera sale sul tram numero 15 davanti alla Scala di Milano, Beppe Viola lo intervista tra passeggeri stupiti. Era il gennaio del 1978. Gianni Rivera segna il 4 a 3 alla Germania Ovest nell'Azteca di Città del Messico. Era il giugno del 1970. Gianni Rivera inciampa tra i fili d'erba del prato di Stoccarda e l'Italia torna a casa tra pomodori e pernacchie. Era l'estate del 1974. Gianni Rivera danza con la russa Yulia Musikhina nello show televisivo Ballando con le stelle. Era il gennaio del 2012. Gianni Rivera compie domani settant'anni. E' il 18 di agosto del 2013. Non c'è nessuna differenza tra i fotogrammi di una vita e di una carriera unica, di un bambino d'oro mai diventato uomo o di un uomo dorato che ha scelto di restare bambino, silenzioso, seduto all'ultimo banco, in fondo alla classe, qualche mormorio di disappunto, nient'altro. Uguale, sempre, dovunque, comunque, in campo, in tribuna, dietro una scrivania, davanti a un microfono, seduto al bar, in rossonero o in azzurro, vestito da ballerino improbabile. La stessa espressione, un po' sorpresa, lo stesso ondame di capelli che si è fatto polvere d'argento, la stessa erre moscia, mandrogna, alessandrina, la terra di origine.
Gianni Rivera è stato il più grande calciatore del football italiano, per la naturalezza, per l'eleganza, per il tocco essenziale, raffinato, magistrale. Gianni Rivera è stato il più grande talento sprecato del nostro stesso calcio, tenuto ai margini e sopportato appena per quel carattere istintivo ma non crudele, per il suo dire e non mandare a dire, per le scelte sbagliate nei momenti giusti e per le scelte giuste nei momenti sbagliati. In altri Paesi sarebbe stato un monumento non per farci defecare i piccioni ma per far intendere alla gente che cosa sia stato e che cosa sia ancora il gioco del pallone, nella sua arte genuina, non certo nei muscoli e nelle ripartenze. Gianni era seta tra cenci o stoffe di cotone, aveva l'intuito dell'artista, l'occhio di falco, di cui oggi si canta, era per lui dote di natura, il tocco di palla era appena accennato ma deciso, il passaggio partiva dal suo piede prima che lo spettatore ne potesse avvertire la necessità e intuire la traiettoria. Sarebbe stato e ancora sarebbe un ambasciatore del nostro calcio presso l'Uefa o la Fifa, non come semplice presenza, debbo pensare che non ne abbia i titoli e forse le raccomandazioni di chi ne ha preso in eredità la gloria e i trionfi.
Le interviste che Gianni Rivera ha rilasciato per la ricorrenza di domani, ribadiscono il concetto: mai un gol spettacolare, mai un dribbling ubriacante ma una serie di giocate pulite, essenziali, frasi di repertorio, una danza tra le parole e i pensieri, un album sfogliato quasi con noia. Eppure gli armadi di Gianni Rivera sono pieni di cose, fatti, persone, personaggi, fette di vita, la sua storia è la storia di questo Paese non soltanto nel calcio, su di lui si divisero le correnti di pensiero di Palumbo e di Brera, su di lui si costruì la favola della staffetta e dei sei minuti messicani, su di lui l'epiteto breriano e perfido di abatino, su di lui la vicenda delle partite addomesticate con il Milan condannato alla retrocessione, su di lui la sfida persa di Giagnoni e Buticchi, su di lui la guerra con Berlusconi. Ha creduto nella politica e dopo la patria pallonara si è dato ai partiti: quattro legislature, passando dalla Diccì al Patto Segni, dalla Margherita al Centro Democratico, lui, uomo di palloni d'oro a gonfiare le reti, arretrato al ruolo di sottosegretario della difesa, quasi un contrappasso, modesto.
Una volta ha detto: «non sono mai stato un calciatore, ho giocato a pallone». Giocando farà festa per i settant'anni. Può risalire sul tram, davanti alla Scala. Adesso si ferma il numero 1 e non c'è più Beppe Viola.