Se non è la vittoria più bella è quella che ferma il tempo

Valentino ha 17 anni per sempre

A una certa età, una più o una meno non dovrebbe fare grande differenza. Per un tizio che ha già in cassaforte nove titoli mondiali, non è il gran premio numero 107 ad aggiungere qualcosa. Eppure. Eppure tutti sentiamo che non è una vittoria come le altre. Arriva a Misano, l'autodromo dove un ragazzino di 14 anni capitato lì dalla vicina Tavullia scelse la moto al posto del kart. Arriva a cinque anni dall'ultimo trionfo sul suolo italiano (sempre Misano, 2009). Arriva in piena ossessione Marquez, questo suo erede spagnolo che leva il sonno a tutti quanti vincendo sempre e ovunque. Soprattutto, arriva all'età di 35 anni, cioè 18 anni dopo il primo successo in classe 125, quando era ancora il 1996, un altro secolo e tutto un altro mondo, lunghissimo tratto epocale che lo consacra come il motociclista più longevo, nel senso di vincente, dell'intera motostoria.

C'è poco da conteggiare: non è una vittoria come le altre. Questa cocciuta insistenza nel cercare sempre un nuovo traguardo, questa formidabile capacità di essere sempre fresco come un teen-ager (comune al suo eterno nemico Biaggi: quella stupenda rivalità, sia detto tra parentesi, sembra risalire al paleolitico), questa capacità cioè di salire sempre in moto come fosse la prima volta, obbligano chiunque a non considerarlo mai vecchio. Il suo carattere bagnino e la sua voracità in pista ci inducono a pensare con naturalezza che Valentino abbia 17 anni per sempre. Dev'essere questo il vero arcano dell'immortalità sportiva: non vedere mai l'inizio e la fine, l'ascesa e la discesa, del mito. Essere un classico: attuale e vivo in tutte le epoche. E anche quando il mito smette di correre, già il giorno dopo sembra ancora in corsa, perennemente in corsa, dove l'abbiamo sempre tenuto per nutrire i nostri sogni (Pablito Rossi, lo stesso Pantani: nei nostri pensieri sono sempre là, al Mundial di Spagna e sul Galibier, e chi li sposta più dall'altitudine dei ricordi migliori).

No, non sarà questa 107esima vittoria a cambiare statisticamente il valore di Rossi. Ma sarà anche questa, forse soprattutto questa, a spazzare via il patetico dalla sua età matura e a regalargli il titolo nobiliare dell'intramontabile, riservato a pochissimi. I pochi a entrare nella nostra vita e a restarci in pianta stabile come icone, cioè come immagini inossidabili che parlano da sole, raccontando un'infinità di significati, smuovendo una catena di emozioni, di memorie, di suggestioni. Al solo pronunciarne il nome. Se basta dire l'epoca dei Beatles e dei Rolling Stones per sapere subito di cosa si sta parlando, significa che la nostra storia e il nostro costume sono segnati indelebilmente per un certo periodo da quelle presenze. Nel suo ambito sportivo, Rossi è riuscito a fare questo. Tant'è vero che nessuno lo chiama Rossi. Rossi chi? E' Valentino. L'unico Valentino. Le liceali sui Vespini e le vecchie zie al ferro da stiro non sanno nulla di bielle e pistoni, ma sanno bene chi sia Valentino, con il suo fascino bambino e il suo talento divino. E caso mai qualcuno si fosse distratto, questo capolavoro di Misano serve a ripassare la lezione. Torneremo a parlare tra di noi, anche del più e del meno, tirandolo dentro come naturale termine di paragone: veloce come Valentino, invincibile come Valentino, simpatico come Valentino. Continueremo a sognare un'Italia come Valentino.

Qualcuno comincerà anche a filosofeggiare sul peso specifico di questa vittoria, sul suo sapore sentimentale e sulla sua graduatoria emozionale: è la più bella di tutte, era più bella la prima, era più bella quella che gli regalò il primo mondiale. Sono sane faccende da bar. Sono il sale delle chiacchiere leggere. Mai dimenticare però la vera verità: per i campioni veri, per i cannibali di tutte le sfide, in tutti i campi della vita, la più bella è sempre la prossima.