Se il vero derby d'Italia è fra pontini e ciociari

Ci sono quelli che Napoli-Roma, storia di fratelli e coltelli nel giorno dei Santi. E ci sono quelli che Latina-Frosinone, il derby più letterario che c'è, nel giorno dei Morti. Domani al Francioni di Latina alle 12,30 si celebrerà la partita clou del basso Lazio - e scusate se è poco - per la prima volta in edizione de luxe di serie B, dopo decenni di sfide spaccacaviglie in serie C e D, nei gorghi di quel vasto e procelloso mare che è il calcio di periferia.

Latina-Frosinone è forse la rivalità più apodittica del nostro pallone, poiché Latina è città nuova, nata come Littoria nel 1932, e per questo il calcio ha da subito potuto modellare plasticamente l'antagonismo anziché diventare pallido simulacro agonistico di divisioni etnologiche millenarie. Di derby accaniti la ruspante epica bassolaziale ne ricorda tanti: il più storico, almeno fino a domani, quello del 1966 di quarta serie. Canarini ciociari e nerazzurri pontini si contesero la promozione in serie C e a Latina si montarono tribune temporanee in tubolari per i tanti tifosi. Finì 1-1 con il portiere del Latina Carrus che dette il lasciapassare a un niente affatto irresistibile tiro di tal Graziani per il gol che obliterò il passaggio alla serie superiore del Frosinone. A Latina c'è ancora chi non si dà pace e pensa che si fosse fatto corrompere.

Frosinone e Latina sono ossimori della geografia e dell'anima che solo l'algebrica razionalità del navigatore vuole distanti 54,6 km. Figuriamoci quando qualche genio pensò di unirle in nome della spending review . La loro inimicizia è ben nota a chiunque abbia piluccato uno degli umorosi libri di Antonio Pennacchi, il Garcìa Marquez delle paludi, uno che da bambino aspettava il derby per prendere a sassate quelli di Frosinone. Lui è uno dei pieds-noir della pianura pontina, giunti per lo più dal Veneto durante il Ventennio per bonificare quella terra acquitrinosa tra il mare e i monti Lepini. Gente che parla il romanesco e ha una certa sua spocchia alimentata dai cognomi tronchi, dall'annacquata operosità nordica, da quel soffio metropolitano e metafisico che l'urbanistica razionalista donò a una città extraterrestre. Gente che perciò solo ama descrivere i ciociari come pecorai, la bocca impastata di un vernacolo che rimbomba di echi agresti. Tutto divide Latina e Frosinone, pontini e ciociari. Neri che più neri non si può, in omaggio alla matrice mussoliniana, i primi. Democristiani o bonariamente rossi i secondi. Di pianura i primi, di collina i secondi. Immigrati e autoctoni. Moderni e arcaici. E anche la classifica li allontana: il Frosinone terzo guarda alla serie A, il Latina penultimo dovrà sperare di salvarsi. Ma comunque vada domani al Francioni pontini e ciociari continueranno a starsi affettuosamente sulle palle. Attive o inattive.