Simona, caccia a un altro podio che sa di rivincita contro i prof

Il padre della Quadarella: "In Italia a volte la scuola fa la guerra ai giovani atleti. Dopo le gare ti interrogano"

nostro inviato a Budapest

A Katie Ledecky ragazzina, il giorno dopo aver vinto i campionati americani di categoria, rientrando in classe nel college che frequentava, tutti, insegnanti e studenti, riservarono un applauso talmente grande che ancora oggi non è finito. A Simona Quadarella, il giorno dopo aver dominato gli Assoluti di categoria, entrando in classe nel suo liceo statale di Roma il professore pensò bene di riservare un'interrogazione a sorpresa. La differenza tra Stati Uniti e Italia, nello sport, sta anche in questo. Però poi siamo qui a fare la morale e scrivere lettere ministeriali per Gigio Donnarumma che alla maturità preferisce Ibiza.

Katie Ledecky, che per inciso è già ricca di suo, è una delle migliaia di atlete e atleti americani che ogni anno ricevono borse di studio dai College americani che vanno dai 40 ai 50mila dollari. Così possono allenare la testa e il fisico al tempo stesso, senza perdere allori ed esami. Tant'è vero che la fuoriclasse a stelle e strisce, un anno fa, dopo aver dominato i Giochi di Rio, ha simpaticamente snobbato milioni e milioni di dollari per restare dilettante e proseguire con lo studio e gli allenamenti alla Stanford Univeristy.

Simona Quadarella, che di vasche ne deve fare ancora parecchie per arrivare ai livelli di Katie e intanto però ha conquistato il bronzo mondiale nei 1500 nella gara dominata dall'americana e oggi se la ritroverà nella finale degli 800, ha capito a 15 anni che l'Italia non sarebbe stata l'America. «Simona ha frequentato per tre anni un liceo scientifico statale qui a Roma confida papà Carlo Un istituto davvero tosto, dove non le hanno mai regalato nulla. Ha letteralmente fatto i salti mortali per studiare e allenarsi e ridurre al massimo le assenze per i collegiali. E' sempre stata promossa, media del sette, ma al quarto anno, quando lei è letteralmente esplosa a livello agonistico, abbiamo dovuto portarla in una scuola privata».

Non le veniva permesso di crescere come atleta e studente. Così lei e così centinaia di altre promesse. Il sistema non lo prevede. Il sostegno è tutto lasciato a federazioni e famiglie. Peggio. «La verità è che in Italia ci sono anche degli insegnanti che fanno la guerra a chi pratica lo sport. Sì, sì, guerra», rivela papà Quadarella. «Probabilmente perché a loro da ragazzi non piaceva o perché non riuscivano. Anche Erika, mia figlia maggiore, otto volte campionessa italiana di categoria, adesso fa ingegneria chimica, non ha proprio potuto proseguire con lo sport». Non tutti gli insegnati sono guerrieri anti-sport, «alcuni capivano, come il preside della scuola di Simona, che però era impotente su altri professori», prosegue il genitore del bronzo mondiale: «Entrambe le mie figlie sono spesso arrivate al punto di nascondere ai professori che praticavano nuoto agonistico. Ricordo una volta in cui Simona entrò in classe il giorno dopo aver vinto gli Assoluti e fu subito interrogata». E tutti sapevano perché era stata via.

Per fortuna qualcosa adesso si sta muovendo. «L'anno scorso - conclude Quadarella - è stata chiamata come testimonial per il progetto voluto dal Coni con il ministero della Pubblica istruzione e la Lega Calcio rivolto agli studenti-atleti». E' dedicato ai ragazzi delle scuole secondarie di II grado che praticano attività sportiva di alto livello. Obiettivo: offrire dei percorsi personalizzati. Troppo tardi per Simona, «fa l'università», sottolinea orgoglioso il papà. Magari in tempo per altri. Così che un applauso sostituisca l'interrogazione.