Sindrome Quagliarella Il bomber che non sa più esultare per un gol

Zingaro della A, il granata non fa festa se segna alle ex. Ma ora sono troppe Domenica la Samp, la scorsa stagione la Juve. Ed era la rete vittoria nel derby

L'uomo che segnava alle ex e non esultava. Così passerà alla storia Fabio Quagliarella. Colui che vive il gol a una squadra di cui ha indossato la maglia come un tradimento. Uno sgarbo da farsi perdonare. Una sorta di forma di rispetto anche esagerata. A tal punto da soffocare la gioia per quella che è l'essenza del gioco del calcio. Niente classica scivolata alla bandierina, non un urlo, nemmeno un banalissimo braccio alzato. Niente di niente. La soddisfazione diventa qualcosa di intimo, da non esibire per non urtare vecchi affetti. Difficile da comprendere, ancora di più da sostenere. Quagliarella è caduto anche in tentazione, ma ha avuto la lucidità di fermarsi in tempo. Per certi versi siamo al soprannaturale.

Il punto più basso o più alto, questione di punti di vista, lo ha toccato nella scorsa stagione: realizza la rete decisiva nel derby della Mole. Un gol che spezza un digiuno lungo vent'anni per i granata: la fine di un tabù da esaltazione pura. Dovrebbe essere così soprattutto per chi ha imparato a tirare calci nel vivaio del Torino. Non vale per Quagliarella: segna, fa un passo e poi spera che nel più breve tempo possibile arrivino i compagni a sommergerlo per nasconderlo ai tifosi della Juventus. Già perché comunque sia non può esultare dopo aver segnato a quei colori che ha difeso per quattro stagioni. Come se la Pennetta fosse rimasta impassibile dopo aver vinto l'Us Open contro l'amica, di una vita tennistica, Vinci.

Il problema per Quagliarella è che il destino si prende gioco di lui. Almeno una ventina di volte in carriera ha fatto il gol dell'ex. Gli ultimi due domenica scorsa contro la Sampdoria. Una doppietta non qualsiasi perché ha regalato il secondo posto solitario al Torino dopo tre giornate, non era mai successo nell'era dei tre punti dalle parti del Filadelfia. Ci sono altre istantanee eloquenti: il gol di tacco all'Udinese con la maglia della Juve oppure il gol al Napoli nel primo scudetto bianconero. Ex nell'ex perché oltre ad aver vestito la maglia degli azzurri c'è anche una questione di radici essendo nato a Castellamare di Stabia. Rapporto controverso perché per Quagliarella furono insulti quando lasciò Napoli per la Signora. Motivo in più per esultare. Invece niente.

Impossibile capire. Per dirla con le parole di Rolando Bianchi: «Non esultare dopo un gol contro un'ex squadra è assurdo». Ma Quagliarella è come ostaggio di una sindrome masochista. Per un attaccante il gol è sinonimo di realizzazione, eppure Quaglia reprime la propria gioia per una presunta questione di riconoscenza verso il suo passato. Un passato che, esclusa la Juve, va da una stagione, Sampdoria, al massimo due, Udinese. Abbastanza per Quagliarella per non dare sfogo alla propria soddisfazione. Eppure il destino gli gioca contro: arriva alla Juve e i primi due gol li segna proprio a ex squadre. In due stagioni al Torino è già a quota undici, addirittura cinque contro la Samp. E meno male che stasera c'è il Chievo, una delle vittime preferite (nove gol). Ma non è un ex, se segna esulta. A tutto c'è un limite, soprattutto se serve a tenere in alto il Torino il più possibile. Come ha promesso Quaglia. A suon di gol, anche alle ex e senza festeggiare, ma ai tifosi granata andrebbe bene comunque. E anche a Conte per la sua Italia.