Uno sport che crea e distrugge i propri miti

C'è qualcosa di tragico e di doloroso nella notizia della positività di Chris Froome

C'è qualcosa di tragico e di doloroso nella notizia della positività di Chris Froome. Era, e spero possa continuare ad essere, un semidio del ciclismo, dello sport tutto, capace di vincere fin qui quattro Tour e una Vuelta, e pronto a venire al Giro d'Italia per completare la sua collezione di Grandi Giri in modo da entrare, assieme a Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Bernard Hinault, Alberto Contador e Vincenzo Nibali, nel ristrettissimo club di chi può vantare la «tripla corona».

C'è qualcosa di tragico anche nel nostro beneamato sport, che alimenta sogni, costruisce leggende, ed eleva a miti i propri officianti. Semidei da adorare, fin che si può, fin quando restano in piedi. Questa è la costante del ciclismo: creare miti dai piedi d'argilla. Campioni che giganteggiano sulle montagne, per poi franare inesorabilmente. Io voglio ancora sperare che il britannico dimostri la propria buonafede. Tanti, pizzicati con il salbutamolo, ne sono usciti puliti.

Detto questo, voglio essere chiaro: il ciclismo che è lo sport che più amo, deve proseguire con rigore la battaglia contro il doping. È una delle discipline sportive più dure in assoluto, ma non per questo è accettabile che si ricorra a scorciatoie.

Ho ancora nella mente e nel cuore le pagine magistralmente scritte da Dino Buzzati, inviato dal Corriere al Giro del 1949. Pagine cariche di epica e passione. «Trent'anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille. È troppo solenne e glorioso il paragone? Ma a che cosa servirebbero i cosiddetti studi classici se i loro frammenti a noi rimasti non entrassero a far parte della nostra piccola vita? Fausto Coppi certo non ha la gelida crudeltà di Achille: anzi, tra i due campioni, è certo il più cordiale e amabile. Ma in Bartali anche se scostante e orso, anche se inconsapevole, c'è il dramma come in Ettore, dell'uomo vinto dagli dei». Un Bartali che cede lo scettro a Fausto. Gino vinto dagli dei, ma sul campo, in una battaglia giusta e leale. Per una tragedia sportiva che in ogni caso si può e si deve fare propria. Quello che assolutamente non si può accettare è l'inganno. Aumentare le potenzialità fisiche ricorrendo al sotterfugio. In questo c'è ben poco di poetico e di mitologico. Più che con semidei, si ha a che fare con mezzi uomini.