«Sull'ibrido siamo forti Con la nostra batteria giù i consumi del 20%»

Il manager: «Tanti i record, anche in Italia La cintura nera per i venditori migliori»

Piero Evangelisti

Suzuki continua a macinare record di vendite e utili a livello globale e nei principali mercati, tra questi anche l'Italia. Ne parliamo con Massimo Nalli, presidente di Suzuki Italia. «A livello mondiale - spiega - abbiamo superato 29 miliardi di fatturato, il miglior risultato di sempre nella storia di Suzuki, con un reddito operativo superiore all'8%: un risultato di profittabilità simile a quello di un marchio premium. Dei 3,2 milioni di vetture vendute, l'Italia rappresenta l'1%, con quasi 32mila unità che valgono l'1,6% del mercato, anche questo è un record assoluto».

Avete una quota ideale da raggiungere?

«In Suzuki le quote non sono prioritarie, prima viene sempre la sostenibilità del business e di quello dei concessionari».

Cosa c'è adesso al centro delle vostre strategie?

«Certamente la tecnologia ibrida, ma quella di Suzuki, che è evoluta rispetto all'ibrido classico. Utilizziamo una sola batteria da 6 chili, poco ingombrante, che in città arriva a ridurre i consumi anche del 20%. Il piacere di guida non cambia e non c'è niente da ricaricare e, infine, costa soltanto 1.000 euro in più rispetto al modello corrispondente con il solo motore termico. Le vetture hybrid godono, poi, di vantaggi come la riduzione della tassa di circolazione che, in alcune regioni, diventa esenzione totale, o il parcheggio gratuito nelle strisce blu o il libero accesso nelle aree a traffico limitato».

Qual è il punto di vista di Suzuki sul futuro del diesel?

«A decretare la fine del diesel, in un futuro non lontano, sono i nuovi limiti alle emissioni. Noi continuiamo a montare i motori diesel su alcuni modelli, ma non li produciamo perché li acquistiamo da Fca».

Festival di Sanremo, sport su ghiaccio, ciclismo e la squadra del Torino. Perché tutte queste sponsorizzazioni?

«A noi manca tutto quello che è nazional popolare, la conoscenza del nostro marchio. Tutto ciò che è popolare come il calcio o Sanremo e che dà grande visibilità, gioca a nostro favore».

Intanto è diventato presidente di Suzuki Italia. Cosa è cambiato?

«Si è accorciata, innanzitutto, la filiera delle informazioni che fluiscono tra noi e la Casa Madre, nei due sensi, e le risposte viaggiano più veloci. Abbiamo eliminato, insomma, un anello nella catena del report. Ma c'è da lavorare di più».

Lei è ingegnere. Per guidare una Casa automobilistica è meglio essere ingegnere o avere una formazione economico-finanziaria?

«Si può salvare un grande gruppo senza una preparazione specifica, lo ha dimostrato e lo ricorda un signore con il maglione che odia le cravatte. Io credo, però, che se il lavoro viene svolto con la passione per la conoscenza tecnica il risultato è migliore».

Qualche aneddoto da raccontare sulla dinastia Suzuki?

«Disse il fondatore Michio Suzuki: Tutto ciò che ci circonda proviene dal sogno di qualcuno che è stato realizzato; una massima che tocca la genialità, l'abilità manifatturiera con un pizzico di romanticismo».

Come si pone la rete nei confronti delle nuove tecnologie da spiegare al cliente?

«Abbiamo creato la Suzuki Academy, un college virtuale per la nostra rete dove si ottengono cinture come nelle arti marziali. Un venditore cintura nera conosce a fondo il mondo e la cultura Suzuki».

La vostra gamma è composta di compatte e di Suv, sarà sempre così?

«Non lasceremo mai le compatte, le auto di riferimento per il mercato indiano che vale 1,5 milioni di vendite l'anno. Ma nemmeno i Suv compatti».

I Saloni classici sono in crisi, come li valuta?

«Il problema sono i costi».