Tecnici divi? Ma i bambini giocano senza allenatore

H a ragione John Kirwan: «Ci sono due tipi di allenatori: chi è stato licenziato e chi aspetta di esserlo». Kirwan è stato un grande rugbista, campione del mondo con la Nuova Zelanda e poi allenatore della nostra nazionale. Il mondo del calcio, ancor più di quello del rugby, ribadisce, quotidianamente, l'aforisma. In nessuna altra categoria lavorativa c'è un turnover come sulle panchine del football. Ed è una compagnia di giro che gode di privilegi esclusivi: incassa salari sontuosi, rischia il licenziamento in tronco ma con tutte le coperture assicurative, indennità di liquidazione e cause di lavoro ultramilionarie. Con l'arrivo, in Italia, di Helenio Herrera, il ruolo e la dimensione del tecnico prese ad assumere una dimensione, salariale e mediatica, mai vista prima. Basti pensare che la nazionale italiana, negli anni Cinquanta, era guidata da una commissione tecnica composta da quattro uomini della federazione e un responsabile di campo, Piola prima e Foni dopo, definiti «preparatori atletici». Oggi sono sufficienti due partite per celebrare i metodi di allenamento di personaggi di margine, l'infatuazione sugli schemi di gioco denuncia una ignoranza di base. Il gioco del pallone non è più un gioco ma una scienza, il freddo tablet ha preso il posto del caloroso insegnamento verbale da bordo campo. Dimentichiamo che i bambini, gli scapoli e gli ammogliati continuano a giocare senza l'allenatore in panchina ma questo non significa banalizzare il ruolo e l'importanza del tattico, del professionista che insegna, disciplina, gestisce, comanda. Purché sia effettivamente bravo, preparato e non a parole, davanti alle telecamere, in uno studio radiotelevisivo ma sul campo e nello spogliatoio. In tal senso l'ultima giostra di allenatori conferma la teoria di Kirwan, uno parte e l'altro, già esonerato, si ripresenta. Lancio una provocazione: perché non ricorrere al cambio in corsa, durante la stessa partita, con l'allenatore di riserva, come si usa con i calciatori?