Thiago Motta, il figlio dell'82 Oriundo fa rima con mondiale

Tre titoli vinti con almeno un naturalizzato. «Puri» solo in Spagna: quando nacque l'italobrasiliano

Nostro inviato a Rio de Janeiro

Mettiamoci un po' di scaramanzia. L'Italia si è portata gli oriundi come portafortuna, a loro insaputa. E questi non sono politici. Visto Paletta non c'è altra spiegazione. Per Thiago Motta dobbiamo invece rifarci alle parole sempre elogiative di Prandelli e al giudizio tecnico di De Rossi: «È un mediano difensivo di livello mondiale, come regista più forte di me». Direte: ideale per questa Italia ad andamento lento. Appunto, forse questo è il segreto della scelta del ct. Non c'è dubbio che Thiago entri nella top ten dei giocatori più lenti del mondiale. Ma quando va in campo regala sicurezza ai compagni ed anche al tecnico, che lo ha già infilato nella partita con l'Inghilterra e stavolta promette di lasciargli più spazio credendo alla sua forza fisica che, in certi momenti, può fare la differenza. Il mistero Thiago è tutto qui: giornalisti e suiveurs lo metterebbero in panchina, magari perfino fuori rosa, invece non c'è tecnico che non se lo porti in campo. E' successo all'Inter, al Paris Saint Germain e in nazionale per quanto Prandelli ha potuto usarlo: agli europei giocò tre partite, poi si fermò per problemi fisici che sono il suo punto debole.

Ma Thiago Motta è un oriundo, uno dei pochi brasiliani naturalizzati di questo mondiale, gioca contro la madre patria e già non gode di grandi simpatie: non si è preso fischi ma qualche mugugno, anche indifferenza. Thiago a Sao Bernardo do Campo, zona di San Paolo, italianizzato per via del nonno che veniva da Polesella, vicino a Rovigo, ed è nato 45 giorni dopo il successo dell'Italia mondiale del 1982. Le stravaganze delle coincidenze sono fantastiche: quella è stata l'unica nazionale nostra che abbia vinto il campionato del mondo senza l'aiuto degli oriundi. Negli altri tre titoli l'oriundo ci ha messo sempre lo zampino. Poi, certo, l'oriundo non è garanzia di successo: Josè Altafini, che vinse il Mondiale 1958 con il Brasile, non ci salvò da lacrime e sangue della spedizione in Cile dove giocavano anche Omar Sivori e Umberto Maschio. L'Italia del calcio ha messo la maglia anche ad Alberto Schiaffino e Angelo Sormani, allo svizzero Ermanno Aebi, il primo della serie, ma non ha ottenuto grandi soddisfazioni. Per non parlare degli ultimi: Amauri, Ledesma e Osvaldo che, con i suoi gol, ha contribuito a questa qualificazione.

Però la storia nazionale dice che la squadra vincente nel 1934, primo titolo, si garantiva, guarda, guarda, con un brasiliano dal nome-groviglio, Anfilogino che in brasiliano diceva Amphiloquio Marques, e il cognome più italianizzabile Guarisi. e dal discreto senso del gol: 43 in 137 partite con la Lazio. In Brasile abbreviavano in Filò, le foto ce lo raccontano con la discriminatura al centro dei capelli, come si usava allora, già militante nella Selecao e, come Thiago, proveniente da San Paolo. In azzurro con lui c'erano i gringos italo-argentini De Maria, Guaita, Monti e Orsi, che vanno ben oltre il ricordo di un nome e cognome. La squadra del 1938 si affidò ad uno solo, ovvero alla centralità nel gioco di Michele Andreolo, che a Carmelo in Uruguay era Miguel, idolo del Bologna anche se aveva un debole per donne e danari, e naturalizzato grazie ai genitori provenienti dal Cilento. Infine nella squadra di Lippi del 2006 il naturalizzato era Mauro German Camoranesi che diede un contributo di sostanza e personalità. Insomma nel mezzo del campo l'oriundo ci sta e ci fa. Poi vedi Paletta e , per una volta, puoi dare ragione a Moratti: vale Ranocchia. Forse sarà stata sfortuna sua contro l'Inghilterra, forse colpo d'occhio degli argentini che lo hanno mollato. Pensate che nel 2005 vinse il campionato del mondo under 20 in squadra con Messi e Aguero. Solo che loro sono rimasti argentini. Peccato!