"Dopo il Tour voglio il Giro Ma voi avete tanti talenti"

Il fenomeno colombiano ricorda la vittoria alla Grande Boucle e guarda al futuro: «Che rivoluzione nel ciclismo»

L'Italia è nel suo destino e nel suo cuore, il Giro d'Italia è tra i suoi prossimi sogni e obiettivi, ma Egan Bernal, 22 anni, il più giovane vincitore del Tour del dopoguerra, il primo colombiano della storia, per il momento si limita a girare l'Italia, prima di spiccare il volo verso Parigi, dove oggi sarà svelato il percorso 2020 della Grande Boucle. Con il fuoriclasse sudamericano riusciamo a scambiare due parole tra Maser sede della Sidi scarpe - e Villorba, quartier generale della cicli Pinarello. Marchi italiani, per uno dei corridori più talentuosi degli ultimi anni.

«Da voi ho imparato ad andare in bicicletta su strada ci spiega Egan, originario di Zipaquirà, 2.650 metri di quota nel dipartimento di Cundinamarca - Venivo dalla mountain-bike, quando mi hanno notato e portato alla Androni Giocattoli di Gianni Savio. Ho vissuto anni bellissimi nel Canavese, in Piemonte. Vivevo a Cuorgné, dove ho tantissimi amici e dove mi piace tornare quando posso per stare assieme a chi mi ha accolto e mi ha dato una mano. Non sapevo una parola di italiano, ero solo e spaesato, ho trovato persone alle quali non finirò mai di dire grazie. Voi siete un popolo eccezionale».

Si aspettava di disputare un 2019 così?

«Onestamente no, ma sapevo di poter fare una stagione di alto livello. Dopo l'anno di rodaggio (al Tour un anno fa 15º, ndr), ero certo di fare il salto di qualità. Non pensavo di esplodere così. Parigi-Nizza, Giro di Svizzera e poi il Tour de France. Primo colombiano a vincerlo, a 22 anni, e sono consapevole di aver fatto qualcosa di veramente grande».

Ha iniziato con la mountain bike: quanto è stato importante?

«La mountain bike è stata la mia fortuna, mi è servita per imparare il mestiere e per arrivare fresco al ciclismo su strada. Quello del cross country è uno sforzo esplosivo, concentrato in poche decine di minuti, quindi non ho sprecato energie. Se tornerò alla mountain bike? Oggi dico di no, ho sempre preferito la strada e non penso proprio ad un ritorno stile Sagan, ma mai dire mai».

Torniamo alla sua impresa al Tour de France: quando ha pensato davvero di poterlo vincere?

«Per tutta la corsa mi sono concentrato solo sul fare bene, per me e per la squadra. Poi quando ho messo la maglia ci ho pensato, ma fino a quel momento il mio compito era solo di stare vicino a Thomas. Il giorno più bello? Quando ho vestito la maglia gialla per la prima volta...».

Come si convive con Froome, Thomas e dal prossimo anno con Carapaz, il vincitore del Giro?

«Con i grandi corridori è facile convivere perché siamo tutti campioni e professionisti. E poi nel ciclismo c'è un giudice supremo, che non ho certo scoperto io: è la strada, che alla fine mette sempre tutti d'accordo».

Si vede corridore da classiche?

«No, sono un corridore da corse a tappe. Liegi e Lombardia sono bellissime, ma il mio obiettivo restano i Grandi Giri».

Non la solletica nemmeno il pensiero del 2020 con Mondiale e Olimpiadi adatti agli scalatori?

«No, non ci penso, mi concentrerò sulle corse a tappe. Attendo invece di conoscere i percorsi di Giro e Tour per valutare bene il mio programma».

Il ciclismo sta cambiando...

«Il livello continua ad alzarsi, ci sono nazioni nuove e corridori nuovi che si affacciano alla ribalta, pensate alla Slovenia per esempio con Roglic e Pogacar. La mondializzazione è una realtà concreta e poi nazioni storiche come Italia, Belgio, Olanda sono sempre ai vertici».

Come valuta lo stato di salute del nostro movimento: dietro a Nibali vede qualcosa?

«Intanto vedo Vincenzo: è un fuoriclasse, regalerà ancora grandi soddisfazioni a tutti voi. Poi avete tanti giovani e corridori di assoluto livello. Penso a Elia Viviani, campione d'Europa in carica. Penso a Matteo Trentin, vice campione del mondo, come al mio compagno di squadra Gianni Moscon, un corridore che non ha ancora fatto vedere tutte le sue potenzialità. E poi c'è Giulio Ciccone: è giovane, ma molto forte. Gli italiani so che mi vogliono molto bene, ma dovete imparare a volervi bene».

Cosa pensa del ciclismo femminile, e del #metoo scoppiato nelle due ruote?

«Lo sport al femminile mi piace un sacco ed è giusto che anche le ragazze abbiano il loro spazio. E pari dignità».

In varie interviste ha rivelato che le sarebbe piaciuto fare il giornalista.

«Diciamo che amo leggere, anche se riesco a farlo sempre di meno. Prima di una gara leggo sempre qualcosa, ma non fatemi passare per intellettuale, non lo sono. Scrivete piuttosto che sono attento e curioso di sapere, quello sì. Se correrò il Giro? L'ho detto: sono curioso di sapere. Quando conoscerò il percorso, lo studierò. Ma una cosa è certa: il Giro è tra i miei grandi obiettivi».