Dalla Vinci al Giappone lo sport è mistero glorioso

È l'unico spettacolo che offre recite mai viste, né prima né dopo La conferma dal Sudafrica, ko con gli asiatici al mondiale ovale

Soltanto lo sport, con il suo inesplicabile mistero agonistico, può offrire spettacoli mai visti prima e mai ripetibili dopo. Per questo il suo esperanto piace al mondo, anche se poi le cose vengono esasperate. Per questo la gente va in uno stadio, in un palazzo dello sport, perché è sicura che non rivedrà mai la stessa recita. Certo i grandi artisti possono presentarvi dieci facce diverse di Amleto, ma lo spettatore sa già. Nelle gare sportive non è possibile. E fortunatamente il banco non vince sempre.

Siamo sicuri che a Tokyo, sabato sera, è andata più meno come a Londra quando la squadra di rugby giapponese ha clamorosamente sconfitto i bicampioni del mondo sudafricani. Ti pagavano una scommessa soltanto se accettavi i 40 punti di scarto per gli Springbocks. Conoscevamo l'orgoglio dei giocatori giapponesi per averli visti nel 1987 soffrire, sotterrati dai colossi inglesi, nella prima edizione del mondiale in Australia. Eravamo in quello stadio nascosti nel corridoio fuori dagli spogliatoi: Gulliver e gli eroi di Lilliput. Tifammo per loro, ma fu un massacro tecnico.

Quando ci siamo sintonizzati con il campo di Brighton per la partita fra un Giappone rivitalizzato da qualche figiano e samoano, e il Sudafrica, pensavamo di staccare subito su qualcos'altro. Niente. Stregati. Trionfo nel tempo di recupero di una squadra che aveva una mischia inferiore di 100 chili rispetto a quella sudafricana. Allora abbiamo ricordato quel passo di un grande film sportivo, “Momenti di gloria", quando il predicatore scozzese Eric Liddell vinse contro i colossi statunitensi.

A Brighton i giapponesi hanno fatto festa come i nordcoreani che nel 1966 mandarono a casa, fra i pomodori, la "nobile" e ricca nazionale italiana di calcio che il povero Edmondo Fabbri non riusciva a pilotare. Anche i rugbisti della Nazione Arcobaleno voluta da Mandela fecero un piccolo miracolo in finale nel 1995 battendo la Nuova Zelanda, ma ora per loro non ci sarà rispetto. Hanno sbagliato, perso in uno sport molto meno casuale di altri.

Diteci voi la quota che avevano proposto gli scommettitori statunitensi per la semifinale fra la "piccola" Roberta Vinci e Serena Williams, la numero uno del mondo super motivata dall'idea del grande slam. Nessuno riuscirà mai a spiegare cosa è accaduto sul campo e nella testa delle protagoniste per arrivare poi alla storica finale dell'imperativo italiano: Vinci Pennetta!

Nel mistero conta tanto la testa. Fateci l'abitudine se frequentate con animo sereno il mondo dello sport. Può succedere che i grandi favoriti restino in mezzo al fuoco. Mai avremmo pensato, un tempo, di poter scrivere nello sci di una sconfitta di Gustavo Thoeni o Pierino Gros contro lo spagnolo Fernandez Ochoa. Alle Olimpiadi è accaduto. Chi avrebbe messo un dollaro sul successo della Danimarca agli europei di calcio del 1992? Neppure Nostradamus. Erano giocatori in vacanza, chiamati all'ultimo momento per sostituire la Jugoslavia, una delle favorite, lacerata dalla guerra.

C'è sempre qualcosa che va oltre la competenza, lo sappiamo bene noi italiani, soprattutto chi pensa di intendersene di calcio quando nel 1982 Bearzot vinse il suo mondiale. Sapeste cosa si diceva in tribuna stampa nell'intervallo della partita col Brasile: adesso si arrabbiano e ci seppelliscono. Niente. La stessa cosa per l'Italia di Lippi a Berlino. Per il Porto che si mangiò il Bayern, per la Steaua Bucarest che mandò al manicomio squadre miliardarie. Certo sono più le volte che hanno vinto i favoriti, ma come dice Nicola Roggero nel suo bel libro "L'importante è perdere", siamo sicuri che tutti ricordano il Dorando Pietri squalificato piuttosto che il vincitore di quella maratona olimpica del 1908, che la Pennetta non sarà mai celebrata senza ricordare Roberta Vinci, che di questo mondiale rugbistico, alla fine, penseremo ai vincitori, ma soprattutto ai giapponesi.