Virdis, il centravanti doc "I papà raccontano di me e i figli verificano in rete"

«Donnarumma? Io dissi no alle tentazioni Poi cedetti: allora se rifiutavi, stavi fuori»

Se la terra madre l'avesse fatto uva, oggi sarebbe un Vermentino brut. Vermentino di Sardegna, quella è la terra madre. «Sarei ancora frizzante e fruttato». Pietro Paolo Virdis compie 60 anni e ci indica il vino, quello che esprime il sentirsi giovane dentro. «Qui dentro», dice e non indica solo il fisico ancora carrozzato giocatore. Certo, poi i baffi sono imbiancati e i capelli radi. Ma qui dentro significa: nel suo negozio di vini e cibo, la passione che ha seguito quella del calcio. L'aplomb è lontano dal ragazzino a muso duro con capelli a cespuglio e baffi di conquista. Oggi c'è tanto di granito sardo, che può sembrare tosto o testardo. Quante volte quel carattere è stato spartiacque di una storia. Sorride. «Talvolta è servito per reagire ad una situazione. A Torino forse no: dovevo essere più morbido». Torino dolce tempesta. «A Torino ho trovato mia moglie ed è stata la cosa migliore». Torino, per un sardo, era Fiat, Juventus e poco altro. Per lui Juventus: costrizione e ambizione. Infine delusione: «Mi hanno mandato via, a Udine, quando non me lo aspettavo: avevo chiuso una buona stagione».

Qui, nell'angolo milanese in Via Pier della Francesca, si miscelano arte, cibo e pallone. Tifosi che lo hanno visto calciare, ragazzini che ascoltano le impressioni dei papà. «Poi vanno su Youtube e scoprono che il papà non ha raccontato storie». Lo ha chiamato il gusto di Virdis. Pietro Paolo nato per allietare il gusto: una volta con i gol, ora con un calice e un piatto. Non ha dimenticato la Sarditas. Cosa è mai la Sarditas? «L'attaccamento alla terra di chi, per fortuna o sfortuna, si deve allontanare. Il fatto di essere isola ce la fa sentire di più». La Sarditas lo ha portato a quel gran rifiuto che fece storia. Contrapposti un Donnarumma acchiappa danaro di oggi e un Virdis di ieri. «Ma quel no non era contro la Juve. Era contro tutti: Milan, Inter, chiunque. Non volevo spostarmi dalla Sardegna e riportare il Cagliari in serie A, quell'anno salì il Lanerossi Vicenza di Rossi, poi Atalanta e Pescara. Noi restammo indietro». Ed anche quella storiella di Boniperti andato a prenderlo... «Era già in vacanza a Santa Teresa di Gallura». Poi, l'anno dopo, dovette soccombere. «L'avvocato Delogu, il padrone del Cagliari, mi disse che i soldi erano finiti. La gente del petrolio, Moratti e gli altri, non finanziava più. Allora, se rifiutavi, rischiavi di non giocare più, prigioniero della società». Non a caso si parla di Donnarumma. «Da tifoso del Milan mi sono dispiaciuto. Gli hanno offerto un contratto principesco, non bruscolini: sei un ragazzino di 18 anni, firma e semmai negli anni decidi di cambiare».

Virdis dovette calarsi nella realtà di Torino, non fu un buon approccio. Malattie, il militare, l'andata e ritorno fra Juve e Cagliari, infine la grande delusione. Invece: «Quando mi chiamò il Milan capii di essere tornato ai grandi livelli». A Torino lo spogliatoio comandava, qualcuno racconta che taluni senatori inviavano male la palla al sardo d'azione. Lui nega. Ma spiega che poco è cambiato fra oggi e allora. «Avevo un bel caratterino e nello spogliatoio c'erano turbolenze, chiacchiere animate. Però quando la squadra andava in campo era una armata, una corazzata». Distingue: più vivace l'ambiente della Juve rispetto al Milan. Poi snocciola i personaggi del suo album. «Ho giocato con Gigi Riva, un mito per un ragazzino sardo, e con il grandissimo Van Basten. Con Zico: un 10 puro. Ho vissuto con il fantastico Causio, ma pure con Gullit. Franco Baresi era tutto carisma, gli bastava uno sguardo per parlare. Scirea era grande nella semplicità». Riconosce in Boniperti il suo presidente. «Non ti allungava un soldino in più, nemmeno...». Poi parla di Silvio (Silvio, non Berlusconi): «Ci fece vedere i filmati delle aziende, come lavoravano, ci fece entrare subito nel suo gruppo. Ha realizzato più di quanto ci si aspettava». Elenca gli allenatori «che mi hanno forgiato». Parte con Mario Tiddia. «Mi ha dato certezze. Gigi Radice ti dava la grinta. Liedholm un maestro per zona e possesso palla e Arrigo (solo Arrigo ndr.) in pressing e aggressività. Guardiola ha messo insieme Liedholm e Sacchi per il tikitaka».

Oggi si rivede in Kalinic, ma pure in Higuain. «Sa fare gli assist». Pietro Paolo godeva nel giocare seconda punta, assist compresi. Si adattava come prima punta. «Con le difese e i palloni odierni avrei fatto un po' di reti in più». È stato capocannoniere nella stagione '86-'87. Ha legato il non ti scordare ai due gol realizzati al Napoli per la conquista dello scudetto e alla coppa dei Campioni, seppur non abbia segnato in finale contro lo Steaua. Storia calcistica ad alti e bassi. «Però mi sono sempre rialzato». Ha smesso nel momento giusto. «Inutile andare avanti per raccogliere qualche soldo. I grandi dovrebbero chiudere un attimo prima, avere qualcuno che te lo dice. Capisco non sia facile quando sei mito». Il pensiero corre a Totti. «L'anno scorso fece un gol meraviglioso nel derby». E mima l'azione. «In quel momento doveva dire: Grazie, finisco qui».

La riga dei 60 anni di Virdis segna il confine dei ricordi, ma lo spinge a guardare avanti. La scelta del vino per il brindisi è un programma. «Si chiama I tenores. È della mia terra: un Cannonau di vigne vecchie, potente nel vero senso della parola e dell'etichetta. Vitigni che abbiano almeno 60 anni».

Commenti

Filippolamonaca

Lun, 26/06/2017 - 15:56

grande Virdis