Stalin, amori e faide al club del Cremlino

Una nuova biografia del «piccolo padre» svela vizi, piaggerie e violenze degli uomini che circondavano il dittatore georgiano negli anni del terrore. Tra orge, vendette, suicidi e tenerezze familiari

L’interesse maggiore di Gli uomini di Stalin di Simon Sebag Montefiore (Rizzoli) non sta tanto, a mio avviso, nella nuova narrazione d’una vita di trionfi e di efferatezze, quanto nella ricostruzione, affascinante, di quello che potremmo definire il club del Cremlino. «Un tiranno, i suoi complici e le sue vittime» reca il sottotitolo del libro. Ma c’è di più in queste pagine. C’è l’intreccio di conoscenze e di frequentazioni che tra gli uomini dell’oligarchia sovietica - e tra le loro donne - s’era stabilito: con visite reciproche, pranzi, sbornie, goliardate, innamoramenti, separazioni, suicidi. La grande commedia si svolgeva sotto lo sguardo sospettoso d’uno che nella sua paranoia ossessiva vedeva dovunque tradimento e slealtà. Il suo compagnone di oggi nelle sbronze e negli scherzi poteva essere domani l’imputato di uno dei processi di regime, e dopodomani fucilato. L’oscillazione tra la festosità ridanciana e la cupezza della Lubianka e delle esecuzioni era, sotto Stalin, una terribile regola. Perché al tiranno Stalin piaceva far baldoria nella sua congrega di rivoluzionari tra loro così diversi.
Frugando tra le pieghe della storia credo si arrivi, per quanto concerne i comportamenti privati e personali dei maggiori dittatori del secolo scorso, a una constatazione paradossale. Mussolini, tra loro di gran lunga il meno duro, non ebbe amici. Poteva essere definito così solo il fratello Arnaldo, ma era appunto il fratello minore. Al Duce non piacevano le chiacchierate confidenziali e le serate in compagnia, a palazzo Venezia teneva i suoi visitatori italiani in piedi, davanti alla scrivania. Il tu che nei suoi confronti usava qualche gerarca - in particolare l’impertinente Italo Balbo - lo infastidiva. Finiti gli impegni d’ufficio se ne tornava musone a villa Torlonia per un pasto frugale - la convivialità gli era estranea, e anche il gusto della buona cucina - e magari per una comica di Stanlio e Ollio.
Non ricambiava l’amicizia che Hitler gli portava e che era sincera. Nelle ore della fine non ebbe accanto a sé nessuno che potesse chiamare amico. Gli altri due dittatori, sanguinari e crudeli, avevano però un loro gruppo di collaboratori e di confidenti coi quali dividevano le battaglie politiche e la quotidianità del potere. Il bunker berlinese di Hitler fu anche l’ultimo rifugio dei suoi fedeli, votati alla morte. Attorno a Stalin rantolante per un colpo apoplettico era tutta la dirigenza sovietica, sgomenta e sollevata insieme. Quando fu certo che Stalin aveva perso le sue facoltà mentali, Berija cominciò a insultarlo, «ma ogni volta che le palpebre sussultavano e gli occhi si aprivano si inginocchiava e gli baciava la mano».
In effetti Stalin poteva essere piacevole e generoso, quando voleva perfino squisito. Aveva sorprendenti tenerezze familiari, anche se la seconda moglie si uccise, forse per gelosia, lasciandolo in uno stato d’animo assai vicino alla disperazione (a questo proposito ho letto con sorpresa su Repubblica di qualche giorno fa che la Bild ha fatto di questo suicidio una assoluta primizia storica, preannunciandone la divulgazione in Germania, nel prossimo asgosto, grazie al volume di Simon Sebag Montefiore: peraltro già da giorni negli scaffali delle librerie italiane).
«Stalin si alzava tardi, verso le 11, faceva colazione e lavorava sulle pile di incartamenti che si portava dietro tenendoli avvolti nel giornale (non amava le cartelle). Il pasto principale della giornata veniva servito fra le tre e le quattro del pomeriggio alla presenza dei familiari e naturalmente di metà dei membri del Politburo con le rispettive mogli. Quando c’erano ospiti Stalin si comportava da buon padrone di casa georgiano. Aveva un senso dell’ospitalità di matrice orientale, asiatica, con attenzione per i dettagli. «Era molto gentile con i bambini che... si divertivano a correre insieme su e giù per la tenuta».
Ma guai a lasciarsi ingannare dalla bonarietà sorniona di questo fucilatore e torturatore all’ingrosso. Bastava un lieve sospetto per attirare su chiunque, anche su qualcuno con cui aveva scambiato pacche sulle spalle fino a poco prima, la folgore d’una condanna capitale o - per i fortunati - la deportazione in terre dagli inverni a trenta gradi sotto zero. Per le incombenze del comando Stalin sapeva scegliere i collaboratori. Gli piacque Nicolai Ivanovic Ezov (detto «la Mora»), un nano sanguinario con un volto «dai lineamenti quasi femminili, un largo sorriso, occhi verde azzurri luminosi e intelligenti, una folta capigliatura nera». Ezov ammazzava con disinvoltura e, nonostante l’aspetto gentile, era piuttosto grossolano in scherzi che forse sarebbero parsi eccessivi perfino a quanti si presentano, per farsi sputtanare, sugli schermi televisivi italiani.
Organizzava ad esempio delle gare «per vedere quale commissario, toltisi i pantaloni, riusciva a far volare più lontano, a forza di scorregge, dei mucchietti di cenere di sigaretta». Questo giocherellone forniva a Stalin in abbondanza confessioni e rivelazioni sui complotti che venivano tramati dovunque. Quando Mikojan avanzò dubbi riguardo alle confessioni Stalin lo accusò di debolezza. Eppure lo stesso implacabile Stalin che firmava in un solo giorno - e faceva firmare agli altri grandi della Nomenklatura - migliaia di condanne a morte, s’interessava poi paternamente, con bigliettini cortesi, ai piccoli problemi di dipendenti e burocrati. Era davvero - a differenza di Mussolini - del tutto imprevedibile. E proprio questo ingigantiva il terrore.