Stanislao Nievo il lungo viaggio di un esploratore

Lo scrittore Stanislao Nievo è morto l’altra notte a Roma. Nato a Milano nel 1928, aveva vinto nel 1975 i premi «Campiello» e «Comisso», nel 1977 lo «Strega» con Le isole del paradiso. I funerali si svolgeranno domani a Roma nella chiesa di San Roberto Bellarmino. Giuseppe Conte
Con Stanislao Nievo ci lascia una specie sempre più rara di scrittore, quello che concepisce la sua vita come un viaggio, una avventura da testimoniare e raccontare agli altri nella propria opera. Uno scrittore che non fa parte di conventicole, che non sbandiera, o non maschera abilmente, appartenenze ideologiche. Conobbi Nievo in occasione del Premio Strega del 1987. Ero appena entrato nel novero dei votanti, e in quel caso una legge non scritta vuole che ci si presenti personalmente in casa Bellonci a partecipare alla votazione che esprime la cinquina. Me lo ricordo vestito di chiaro, con un’aria tesa e trasognata, sudato, come incredulo di essere lì. Aveva un volto aperto, indifeso, non da letterato romano. Provai istintiva simpatia per lui. Avrei potuto anche votarlo, un libro come Le isole del paradiso, quello con cui concorreva, con la sua storia emblematica e carica di pathos e di mito. Quando poi fu proclamato vincitore al Ninfeo di Villa Giulia lo rividi in televisione: ho ancora in mente il suo scatto di liberazione, gioioso e quasi violento. Non deve essere facile portare un nome come Nievo. Pronipote del grande, per me grandissimo Ippolito, autore di un libro come Le confessioni di un italiano che è la summa letteraria dello spirito foscoliano-mazziniano, in seguito così latitante nella nostra cultura, Stanislao non nasce propriamente scrittore. Fa studi di zoologia, diventa esploratore, scrive reportage di viaggio e visita almeno una novantina di Paesi. La scrittura letteraria arriva con il romanzo Il prato in fondo al mare. È un romanzo e il resoconto di una indagine alla ricerca della nave a vapore nel cui naufragio trovò la morte il celebre prozio. Siamo nel 1861: Ippolito stava tornando da Palermo verso Napoli, aveva seguito Garibaldi in Sicilia, vi era rimasto con incarichi organizzativi-amministrativi, e ora si apprestava a raggiungere il Comandante portando con sé una messe di documenti. Ogni naufragio è romanzesco. Tanto più quello di un uomo di trent’anni, patriota, scrittore, rivoluzionario. L’indagine prende risvolti particolari, vi giocano un ruolo grande l’onirico e il surreale. Così sarà anche nei suoi libri successivi. Da Il padrone della notte (1977) e Aurora (1979) sino a Le isole del paradiso e a Gli ultimi cavalieri dell’Apocalisse, firmato con Enzo Pennetta e uscito nel 2004. Stanislao Nievo era affascinato da una dimensione sacrale e magica della natura, delle cose e dell’anima. In lui c’era il senso dell’avventura e dell’ignoto (tipiche di ogni uomo libero) ma anche la passione contemplativa, come osserva un grande scrittore suo conterraneo, Carlo Sgorlon, il più epico dei nostri narratori, che ne sintetizza benissimo la testimonianza come «danza dell’azione mitica». Insomma, Stanislao Nievo apparteneva a quella famiglia, piccola, spesso avversata, di autori che sanno trasferire il reale nel metafisico, e sanno dare al metafisico carne e sangue di realtà. Il suo avo illustre aveva cantato in pagine indimenticabili il Friuli, questa stupenda terra di frontiera, i suoi paesaggi agresti e come estraniati e insieme dominati dal mare, la sua umanità così autentica. Stanislao Nievo si fa banditore di un rapporto stretto, documentato, verificabile tra le opere letterarie, le biografie degli autori e le terre in cui si sviluppano con l’invenzione, patrocinata da Unesco e Unione Europea, dei Parchi Letterari. È stato certo questo l’omaggio più coerente alla propria tradizione familiare e alla propria vocazione di autore. Aveva capito che uno dei compiti dello scrittore oggi è salvare attraverso le immagini della natura la bellezza del mondo e l’integrità dell’anima umana. Stanislao Nievo si è pensato sempre come un esploratore, anche mentre scriveva. Sapeva che il lato misterioso della vita (che tanti scrittori celebrati oggi non sanno vedere) è quello che confina con la morte e con la verità. Che scrivere è viaggiare nelle dimensioni dell’essere. In attesa di conoscere quella dove lui è appena arrivato.