La stanza di Mario Cervi

Egregio dottor Cervi,
sto leggendo Il revisionista di Giampaolo Pansa pochi giorni dopo che un grave fatto di cronaca ha visto come vittima il presidente Berlusconi. È una lettura illuminante per capire il momento che stiamo vivendo perché contiene una sintesi della storia del nostro dopoguerra, fatta da uno scrittore che non ha peli sulla lingua e non teme di svelare tutte le ipocrisie, le menzogne, le verità negate con cui la sinistra ha sempre coperto i suoi crimini. È facile osservare che una lunga scia di sangue lega tra loro tutti gli eventi che si sono succeduti, dalle mattanze dell’immediato dopoguerra ai delitti delle Brigate rosse. Berlusconi non è che un episodio della lotta che il Pci e i suoi fiancheggiatori più o meno occulti hanno combattuto per conquistare il potere contro la volontà democraticamente espressa dall’elettorato; è un ostacolo che si è messo di traverso nel momento in cui i comunisti pensavano di raccogliere i frutti di Tangentopoli, e come tale va punito con ogni mezzo. Ci sono stati in questi decenni un complotto, un Grande Vecchio, qualche mandante? Non credo. Forse è bastato che il partito indicasse gli obiettivi, che non erano strategie politiche, ma uomini in carne e ossa da diffamare, inquisire, odiare perché tutta una galassia di persone sistemate dal partito nei vari settori (sindacale, giudiziario, giornalistico, amministrativo, educativo) si mettesse al lavoro per dare il suo contributo alla distruzione morale, civile e spesso fisica, del nemico. È un lavoro corale, di sapore tragico, in cui ognuno canta la propria parte accordandosi e prendendo lo spunto da quello che vede fare dal suo vicino. Oggi, siccome l’aggressore Tartaglia ha messo a nudo questa sinistra, la parola d’ordine è «dialogare». Ma il dialogo deve essere fra controparti equivalenti, altrimenti la trattativa è svantaggiosa, e allora ci si affanna a spulciare nel lessico dell’avversario per cercare parole da poter gabellare per «cose di gravità inaudita», per provocazioni. Ma non c’è parità tra qualche termine o frase o dichiarazione magari discutibile e la lunga trafila di eventi sanguinosi con cui quelli che Pansa chiama «boia rossi» hanno macchiato la nostra storia, anche recente. Il revisionista Pansa ne fa un succinto elenco, di cui ricordo solo il commissario Calabresi, i giornalisti Casalegno e Tobagi, Aldo Moro. Vi aggiungo i giuslavoristi Tarantelli e Biagi, per non parlare dei numerosissimi gambizzati. Molti di questi furono uccisi o feriti dopo una campagna di stampa diffamatoria simile a quella condotta oggi contro Berlusconi. Tornando ai fatti di questi giorni, le chiedo: se è vero che Berlusconi controlla l’informazione in Italia, perché per Pansa i salotti tv sono chiusi? Perché Travaglio sì e lui no?