La stanza di Mario Cervi

Egregio dottor Cervi, nella lettera della signora Silvia Bonfanti pubblicata il 4 febbraio ho ritrovato un po’ me stessa, la stessa età, lo stesso lavoro. Il mio insegnamento nella scuola elementare si è concluso nel 1998. Molte cose erano cambiate, erano più importanti le scartoffie, le inutili riunioni dei ragazzi. Peccato! Fin dall’inizio il Giornale è entrato in casa nostra e qui è rimasto. Mio marito lo comprava al mattino, lo leggevo al ritorno da scuola, se ne discuteva insieme, a volte con i figli non sempre d’accordo con noi. Ricordo che, per evitare apprezzamenti sarcastici, si evitava di leggerlo in pubblico. Un giorno, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, vidi un ragazzo che leggeva tenendo in mano ben visibile la testata. Imitarlo mi sembrò l’atteggiamento più giusto. Non ricordo in quale anno - prima dei ’90 - i ragazzi spedirono alla vostra redazione una lettera in cui parlavano di quanto fosse importante lo studio della storia. Fu pubblicata e può immaginare la loro soddisfazione. Spinti da un articolo fantastico di Luciano Gulli (impersonava un cane) gli scrissero e, puntuale, arrivò la risposta del bravissimo giornalista. Fra tante pagine e ritagli conservo ancora quella lettera. Mai ho portato a scuola il nostro quotidiano per evitare i commenti di qualche collega, ma la fotocopia di articoli che potevano interessare i ragazzi. Dopo la famiglia, la scuola (anni a Mantova, poi a Messina, infine a Macerata) è stata una parte importante della mia vita, della nostra vita, perché conservo ancora letterine e biglietti che alunni scrivevano ai nostri figli (c’era uno scambio di disegni e pensieri).
Ho dato quanto potevo, ho ricevuto tantissimo. Con i ragazzi mi sono sentita insegnante, mamma, nonna. Ho sempre ascoltato i loro problemi. C’era anche il momento delle «confessioni». Almeno cinque ragazzi vivevano con genitori separati ed era chiaro il loro smarrimento, le loro inutili speranze, le loro domande cui non c’era risposta. Con i ragazzi dell’ultimo ciclo ci vediamo almeno una volta l’anno in pizzeria. Due ragazze hanno studiato per mesi in Cina, due in Spagna, ci sarà un prossimo veterinario, un’estetista, due infermiere specializzate. Quando morì mio marito (nel ’95) questi ragazzi mi aiutarono a tornare a vivere coinvolgendomi nella loro vita, nei loro problemi, facendomi sentire insostituibile e amata. Un grazie di cuore lo devo alle loro famiglie che spesso fanno parte delle nostre «pizzate». Ringrazio Dio per quanto mi ha donato, ringrazio lei, il dottor Granzotto, il grande Indro che un pochino mi ha deluso, per il vostro buon senso, la vostra chiarezza, l’equilibrio dei vostri scritti. «La parola ai lettori» è un po’ il mio cioccolatino serale. Auguri a voi tutti.[NOTE][/NOTE]
Macerata

Altro che cioccolatino. Questa lettera è, per tutti noi che vi siamo citati, un prezioso regalo. Cara maestra lei merita, più di tanti che se ne fregiano, la maiuscola. Lei è Maestra.