la stanza di Mario CerviCi stiamo impoverendo, ma siamo anche un po' viziati

Non stiamo impoverendo. Stiamo ritornando poveri. Come eravamo prima. Per tradizione. Negli anni '30 o giù di lì avevamo tentato di diventare un Paese moderno. Ci fu l'errore della guerra, ma avevamo ripreso il cammino. E abbiamo iniziato ad arricchirci. Fino a tutti gli anni '60. Da allora ci siamo fermati e poi, sempre più velocemente, abbiamo cominciato a distanziarci dagli altri Paesi. Da tempo non siamo più al passo con i nostri concorrenti e stiamo precipitando per tornare nel baratro della miseria. Abbiamo ottime imprese che piacciono al resto del mondo e qualcosa le sta inducendo a emigrare. Che cosa ci ha fermati? Dobbiamo anzitutto domandarci perché subiamo i mali di una cattiva amministrazione e di una burocrazia soffocante? Da dove viene questa tradizione? Come mai ci sono tante presenze parassitarie? Perché si svolge una politica (detta in generale) che sembra essere responsabile di errori dannosi? Perché la politica ci costa cosi tanto?
Rapallo (Genova)

Caro Oneto, la sua diagnosi della situazione italiana è secondo me corretta. Esige tuttavia qualche precisazione. Ci stiamo impoverendo, è vero, e in determinate fasce sociali il declino è drammatico. Ma la nostra resta la povertà d'un Paese ricco, dove la disoccupazione giovanile imperversa ma dove si è alla ricerca di pizzaioli - trovandoli fra gli egiziani - perché troppi nostri ragazzi ambiscono un posto burocratico e snobbano un lavoro manuale e specializzato. Queste considerazioni non attenuano la gravità della crisi. Solo ne definiscono più precisamente i contorni. Verissimo ciò che lei scrive sulla cattiva amministrazione e sulla burocrazia soffocante. Ma i difetti di queste strutture pubbliche esistevano anche quando l'Italia progrediva dandosi operosamente da fare e otteneva una classifica di tutto rilievo tra le grandi potenze industriali (e non occorre risalire, per trovare quell'Italia, agli anni Sessanta del secolo scorso). Sì, stiamo perdendo posizioni nei confronti dei concorrenti. Questo significa che le nostre qualità e i nostri difetti - una improvvisazione a volte geniale e un disordine congenito - hanno retto meno delle qualità e dei difetti altrui al tempo delle vacche magre. È indispensabile, d'accordo, che i costi della politica diminuiscano drasticamente e che la pigra, mastodontica e corrotta macchina pubblica si dia una regolata. Ma dobbiamo anche renderci conto d'essere stati troppo viziati - gli appartenenti alla deprecata Nomenklatura ma non solo - nel tempo delle vacche grasse.