la stanza di Mario CerviFra «diritti» e «rischi» cresce la società del malcontento

Carissimo e sicurissimo dott. Cervi, ho apprezzato la sua risposta al lettore che ha sollevato l'argomento, partendo da un'analisi contenuta nel libro di Luca Ricolfi. È vero che alcune categorie godono del privilegio di avere un reddito fisso e sicuro (ancorché spesso di sola sopravvivenza), ma è altrettanto vero che chi ha redditi da rischio, non soltanto se l'è cercato avviando un'attività imprenditoriale «a rischio» per definizione, ma molto meglio remunerata di un normale stipendio fisso, se le condizioni del mercato lo consentono e se la capacità imprenditoriale è sufficiente. Aggiungo (e nel cesto metto tutte le attività in proprio, dalla libera professione all'agricoltura, dal commercio all'artigianato) che segno peculiare di questi soggetti è l'elevata e costante evasione fiscale. Non lo dico per sentito dire, ma per la diretta esperienza di 35 anni di lavoro come venditore in alcuni rami di attività. Quando, alla prima visita a un cliente nuovo mi sentivo chiedere: «fate tutta fattura?». Se la risposta era affermativa non si cominciava nemmeno ad «aprire il libro».
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Caro Galluccio, la distinzione tra «società dei diritti» (che potremmo anche definire del reddito fisso) e «società del rischio» ha sollecitato gli interventi di molti lettori. Con gli appartenenti alla «società dei diritti» che sottolineano l'esiguità delle retribuzioni per una grande maggioranza d'italiani (politici esclusi ovviamente), e gli appartenenti alla «società del rischio», rozzamente interpretata dai «forconi», che insistono sulla disperazione di tanti commercianti e imprenditori ridotti sul lastrico dalla crisi. Lei, caro Galluccio, distribuisce torti e ragioni, privilegiando - così mi pare - le ragioni di chi è nella «società dei diritti». Perché da quest'ultima, tra l'altro, viene una percentuale altissima del gettito fiscale. Secondo lei chi vive d'un reddito da rischio se lo è cercato perché poteva offrire maggiori, anche se aleatorie, possibilità di guadagno. A questa sua affermazione si oppone Alessandro Chizzoni scrivendo: «Molti appartenenti alla società del rischio non vi appartengono per scelta ma semplicemente per non aver potuto accedere alla società dei diritti causa una gravissima carenza di conoscenze, appoggi e raccomandazioni». Domina insomma, tra diritti e rischio, la società del malcontento.