la stanza di Mario CerviNon è un caso se la riforma elettorale è nata fuori dal Parlamento

L'accordo sulla futura legge elettorale è stato raggiunto da due signori estranei alle istituzioni, uno perché cacciato dal Senato in malo modo, l'altro perché non vi è mai entrato. A che cosa sono serviti più di 900 parlamentari e un ministro delle riforme che se la menano da anni? Hanno capito questi signori, buoni a nulla, che se andrà in porto la legge elettorale sarà perché si sono messi d'accordo gli unici due personaggi che hanno avuto una base elettorale ampia, uno alle precedenti elezioni e uno alle elezioni per scegliere il segretario del suo partito? Speriamo abbiano capito che in democrazia ciò che conta sono i voti!
e-mail

Caro Ravaioli, le sue osservazioni non fanno una piega. Una nuova legge elettorale è stata messa concretamente in cantiere - dopo che gli eletti di due affollatissime assemblee non c'erano riusciti - e ci è stata messa fuori dal Parlamento (non voglio scrivere all'insaputa del Parlamento, ma ne viene la tentazione). Camera e Senato hanno brillantemente rafforzato, nell'occasione, la disistima dei cittadini nei loro confronti. Molte sono le lettere riguardanti la bozza di riforma approntata da Matteo Renzi e, contrariamente a quanto era avvenuto in passato, i fautori delle preferenze si sono ridotti a minoranza. Sono diventati maggioranza, almeno nella «Stanza», gli elettori che sottolineano gli intrallazzi e i maneggi discutibili quando non loschi che all'ombra delle preferenze avvenivano. Hanno ragione anche se, devo confessarlo, la totale impotenza dell'elettore nello scegliere o scartare un candidato mi lascia perplesso. Michele Narciso, che è stato presidente di seggio per una decina d'anni, mi fa notare che l'uso delle preferenze, quando c'erano, riguardava soltanto un 20-25 per cento delle schede deposte nelle urne. E non è detto che fossero le schede migliori.