la stanza di Mario CerviQuando tra monarchia e repubblica è una questione di maiuscole

Gentile Dott. Cervi, ho apprezzato molto e condiviso quasi in toto il suo articolo sull'abdicazione di Re Juan Carlos. Ma mi permetta una «domanda ortografica». Perché i giornalisti scrivono re e monarchia sempre con l'iniziale in minuscolo e invece Presidente e Repubblica sempre con l'iniziale in maiuscolo? Lo impone il politicamente corretto? Oppure una legge non scritta prescrive un omaggio assoluto verso tutti gli inquilini del Colle? Oppure l'art. 139 dell'attuale costituzione sancisce, oltre l'eternità della repubblica, anche le maiuscole? A me - absit iniuria verbis - ricorda il famoso DUCE di Starace, anche da lei citato nel volume con Montanelli L'Italia littoria 1925-1936.
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Caro Ratti, personalmente non sono molto attento - è una colpa, lo so - alle maiuscole e alle minuscole: anche perché a bravissimi colleghi tocca la sventura di rileggere, correggendo errori e sciatteria, ciò che scrivo. Non credo che la scelta, da lei rilevata, del maiuscolo per la Repubblica e del minuscolo per la monarchia derivi dal conformismo e dall'obbedienza ai dettami del politicamente corretto. La stagione di certe contrapposizioni che infiammarono gli italiani è molto lontana nel tempo. E non infiamma più nessuno. Tuttavia d'ora in poi, glielo prometto, starò più attento alle maiuscole e alle minuscole. Con l'occasione rispondo anche a Marco Maranesi che ha visto nel mio commento all'abdicazione di Juan Carlos un sottofondo d'ostilità ai Savoia: da me citati solo per mettere a confronto l'abdicazione d'oggi in Spagna e quelle del passato in Italia. Marco Maranesi, del quale rispetto i sentimenti monarchici, ritiene che l'Italia debba riconoscenza a Vittorio Emanuele III. Che senza dubbio si comportò bene nel convegno di Peschiera dopo Caporetto. Le leggi razziali, la firma all'avvio d'una guerra catastrofica al fianco di Hitler, la vergogna dell'8 settembre 1943 hanno secondo me appannato quei meriti, quasi cancellandoli. Probabilmente il mio giudizio è ingiusto. Il giudizio di uno che dalla vergogna dell'armistizio è stato colto e travolto.