la stanza di Mario CerviTitoli di studio, il valore legale spesso esclude il valore reale

Sostenere che con la cultura non si mangia è un'idiozia, come ritenere che tutte le spese per la cultura siano sagge e opportune. La moltiplicazione delle università è stato un processo del tutto sconsiderato dell'ultimo ventennio, teso a soddisfare le ambizioni dei politici e dei gruppi di opinione locali, non certo a diffondere più capillarmente la cultura. Una proliferazione di dimensioni incredibili, da scuola media. Sono addirittura 300 le sedi universitarie. Mediamente una quindicina per regione. Assente ogni considerazione e valutazione del rapporto costi/benefici. In queste sedi distaccate si svolge soltanto attività didattica e non certo della migliore, affidata com'è ai docenti meno accreditati. Di ricerca nemmeno parlarne. Non ci si è posti la domanda se è l'Università che deve andare a casa dello studente o lo studente all'Università, tramite la moltiplicazione di borse di studio ai capaci e meritevoli e strutture di accoglienza agli allievi fuori-sede. Ma non c'è speranza che si porrà mano a una revisione di questo spreco miliardario e culturale se non si è capaci di abolire le province come si promette da tanto tempo.
e-mail

Caro Pelino, lei chiude la sua lettera accennando alla (mancata) abolizione delle province. Quella sentenza della Corte Costituzionale è la migliore dimostrazione di come la vita delle istituzioni italiane si svolga all'insegna dell'immobilismo. Non mancheranno certo ai supremi giudici ottimi argomenti per far accettare la loro decisione. Nell'opporre un «no» a qualsiasi iniziativa che voglia porre qualche rimedio alla sprecopoli italiana gli argomenti si trovano sempre. Se ne troverebbero a bizzeffe anche per impedire la potatura delle sedi universitarie. Ho la convinzione (era anche di Luigi Einaudi) che il guaio maggiore degli atenei non stia tanto nel loro numero, quanto nel valore legale del titolo di studio. In forza del quale tutti i dottori sono uguali per lo Stato e per gli enti pubblici. Una laurea conseguita con fatica in un'ottima università vale, nei concorsi, meno d'una laurea rilasciata, summa cum laude, da un'università screditatissima. Infatti accade che gli studenti di licei e università settentrionali, dove in generale i voti sono più bassi, risultino sfavoriti. Ma una immane lobby di aspiranti a posti burocratici tutela il valore legale. A scapito dei meriti veri.