Stati Uniti: contro tutte le dittature

Dietro lo scontro tra il pacifismo conservatore e l’interventismo antitotalitario e liberale

Se si vuole capire quel che è successo nel mondo dopo l’11 settembre 2001 e quale ruolo ha giocato l’America con George W. Bush, si deve leggere Cambiare regime. La sinistra e gli ultimi 45 dittatori (Einaudi, pagg. 254, euro 14,50) di Christian Rocca, un libro decisamente bello, acuto e originale. Bello, perché inquadra le vicende americane, solitamente descritte come fosche manovre militar-imperiali, nella storia statunitense con l’alternanza tra periodi di crudo realismo o di ripiegamento isolazionista e momenti di intervento internazionale improntati all’idealismo. Acuto, perché va al di la dell’apparenza banale del «neoconservatorismo» per scoprirne le radici e la complessità. Originale, perché l’autore, forse unico tra i giovani commentatori italiani, coglie il dna antitotalitario nella politica di promozione della democrazia e dei diritti umani, mettendone in luce il glorioso albero genealogico di sinistra liberale, frequentemente bistrattato dalle sinistre ufficiali.
Una prima facile lettura potrebbe far credere che ci si trovi di fronte a un’esaltazione della politica estera di Bush del post-11 settembre. Si sottolinea la rottura con la linea realista di politica estera fondata sul classico bilanciamento delle forze che aveva avuto come teorici nel dopoguerra Hans J. Morgenthau e George F. Kennan e, negli anni Settanta, Henry A.Kissinger. È il documento sulla «Strategia della sicurezza nazionale» dell’autunno 2002 che teorizza il rigetto dello status quo per indicare la necessità dell’intervento laddove i regimi dittatoriali e totalitari mettono in pericolo la sicurezza internazionale. Ed è proprio questa la ragione più profonda delle campagne d’Afghanistan e d’Irak, secondo una tradizione che affonda le radici in Thomas Jefferson (spedizione contro i pirati libici nel 1801), nel Novecento in Woodrow T.Wilson e Franklin D.Roosevelt, e nella Guerra fredda negli anticomunisti Harry S. Truman e Ronald W. Reagan. Due i punti cruciali della strategia: il legame tra sicurezza e diffusione della democrazia, e la responsabilità internazionale della superpotenza nel sistema globale unipolare.
Ma, al di là della politica estera, una lettura più profonda di Rocca (a cui da fratello maggiore americanista e antitotalitario vorrei consigliare una minore ridondanza di citazioni pubblicistiche, dato che i suoi argomenti sono comunque ben fondati) svela l’appassionato messaggio della riscoperta e rivalorizzazione della corrente antitotalitaria americana, europea e italiana che ha percorso la sinistra liberale ed è stata spesso oscurata dall’assordante conformismo della destra conservatrice, della sinistra autoritaria e del progressismo democratico.
Ad essa appartengono variamente i «neoconservatori» - il decano Irving Kristol, il brillantissimo Charles Krauthammer, il liberale Paul Barman, l’acuto Christopher Hitchens e il battagliero Thomas Friedman - che in qualche modo hanno ispirato o appoggiato l’interventismo responsabile dell’Amministrazione statunitense per promuovere democrazia e libertà, tutti intellettuali che vanno presi singolarmente spogliandoli della vulgata che li vuole membri di una stessa corrente o peggio ancora di una lobby che complotta per allungare le mani sul mondo.
È una tradizione che può essere fatta risalire al socialismo liberale di Carlo Rosselli e, negli anni Cinquanta, all'antitotalitario Congress for Cultural Freedom che si opponeva al comunismo e al nazifascismo con personalità del calibro di George Orwell, Arthur Koestler, Ignazio Silone, Raymond Aron, Daniel Bell. Ed è la stessa spinta culturale e politica che negli anni Sessanta percorse le nuove sinistre libertarie da cui provengono gli attuali cantori della lotta al fascismo islamista tra cui André Glucksmann, Bernard Kouschner, Vàclav Havel, Daniel Cohn Bendit, Joschka Fischer, Adam Michnik e, in Italia, Marco Pannella e Adriano Sofri. Ancora oggi nel mondo resistono una quarantina di dittatori e ancor più regimi semi-dittatoriali.
Mentre i conservatori di destra e di sinistra ne prendono realisticamente atto per lasciare le cose come stanno, gli antitotalitari, neoconservatori o socialisti liberali alla Tony Blair, ritengono giunto il momento di affermare non solo una nuova strategia politica ma anche un nuovo diritto internazionale. Quello fondato sull’ingerenza umanitaria, cioè sul diritto di ingresso negli affari interni delle dittature per tutelare su scala internazionale l’interesse della democrazia e restaurare nei paesi in cui sono violati i diritti umani delle popolazioni. È questa la nuova frontiera imboccata da Bush e Blair, pur se tra gravissime macchie come Abu Ghraib e i tanti errori commessi sul campo, peraltro recentemente riconosciuti. Ed è questo lo scontro ideale tra il pacifismo conservatore e imbelle e l’interventismo antitotalitario liberale.
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