Stati Uniti, la verità fa scandalo

«Non immaginare, non giudicare, riportare, riportare, riportare». Queste parole di Simone Barillari, curatore di Sette pezzi d’America. I grandi scandali americani raccontati dai premi Pulitzer (minimum fax, pagg. 396, euro 15) possono suonare come un motto per i giornalisti investigativi di ieri e di oggi. Muckrakers li chiamano negli Stati Uniti, «scavatori di fango»; o anche watchdogs «cani da guardia». Nomignoli non lusinghieri, ma calzanti per queste figure scomode, temute, spesso disprezzate. Ma tramite loro la democrazia Usa ha successo nell’arduo compito di guardare a se stessa e alle sue magagne con un grado di distacco, di obiettività, quasi di candore, difficilmente concepibile altrove. E in effetti una forma di compensazione esiste, ed è l’istituzione del premio Pulitzer.
Questo libro ci fa conoscere lo stile e le opere di alcuni giornalisti che l’hanno vinto. Freddo, misurato, diretto, teso a testimoniare con la massima fedeltà e precisione i fatti, e soltanto i fatti. O, al limite, le congetture più rigorose che i fatti accertati lasciano trasparire. Il giornalista punta all’«obiettività assoluta» per raggiungere «la miglior versione ottenibile della verità». A questo scopo rispetta un codice deontologico e ferree regole stilistiche. Controlla ogni informazione, connette ogni affermazione alla sua fonte. Annulla il più possibile la propria presenza per lasciare campo libero all’argomento trattato, ai luoghi, alle date, ai protagonisti, alle loro motivazioni. Bandisce gli aggettivi fuorché quelli con funzione strettamente descrittiva; sceglie i verbi e i sostantivi col criterio dell’esattezza; incasella i periodi come su formulari precostituiti. Sacrifica alla chiarezza qualsiasi orpello, pagando l’inevitabile pegno di una prosa scarnificata, assai poco appetibile.
Basta una colonna del celeberrimo caso Watergate per capire che nel costruire l’argomentazione si fa affidamento solo sull’intuizione corroborata da testimonianze. Il complotto non è mai il punto di partenza, casomai quello di arrivo. Carl Bernstein e Bob Woodward partirono da una semplice effrazione, fiutarono lo spionaggio e il sabotaggio politico, seguirono una pista di assegni e conti bancari per qualche mese finché, increduli, si ritrovarono dentro la Casa Bianca. Non c’è spazio nemmeno per condanne moralistiche, perfino su argomenti scabrosi. Nel caso dei preti pedofili, per esempio, si ha l’impressione che più le acque sono torbide, più diventa forte il dovere di non confonderle, bensì di calarsi nelle loro profondità alla ricerca della verità.
Come nell’indagine sui famigerati esperimenti al plutonio, sempre negati dalle autorità e venuti a galla grazie all’interessamento di Eileen Welsome, che senza nemmeno l’appoggio di un giornale continuò per anni a collezionare documenti e testimonianze. Inchiesta, quest’ultima, da segnalare anche per un altro aspetto. La vicenda viene raccontata in tutte le sue sfaccettature, dando voce e dignità non solo alle vittime inconsapevoli, ma anche agli scienziati che nell’utilità di quegli esperimenti non hanno mai smesso di credere. Tra i vizi da cui i «sette pezzi» risultano immuni spicca il sensazionalismo. Occupandosi degli illeciti delle multinazionali del tabacco, delle cause del disastro del Challenger, dei crimini di guerra in Vietnam, mostrano con quale sobrietà, e nondimeno con quale passione civile, si possa rovistare nei laboratori dei colossi industriali, tra i frantumi del sogno spaziale americano, nelle retrovie del glorioso esercito a stelle e strisce.