La stella di Venezia sorge a Oriente

Oltre 200 oggetti d’arte esposti a Parigi in una mostra testimoniano la simbiosi tra la Serenissima e il mondo arabo. Dai mosaici del XII secolo alla fine dell’impero

Entrando nella grande cappella ducale di San Marco, il visitatore si ritrova sotto i mosaici del XII secolo che arricchiscono la cupola della Pentecoste. Alla sommità di quest’ultima è ritratta la colomba dello Spirito Santo, ma non è in volo, bensì sdraiata su un letto di cuscini orientali e di tappeti. L’immagine, una curiosa trasformazione della Etimasia, la sedia vuota dell’arte bizantina, sembra indicare e/o invocare il potere dei mercanti veneziani di trasportare lo Spirito Santo nei loro vascelli carichi di tessuti e di spezie, così come, nascosto in un barile contenente carne di maiale, essi avevano trafugato e trasportato il corpo di San Marco da Alessandria d’Egitto alla sua città natale. Il groviglio di commercio e religione è evidente e nella storia della Serenissima rappresenta una costante: del resto Martino da Canale nel suo racconto della traslazione, un secolo più tardi, del corpo del Santo scrisse che quando la tomba venne aperta un dolce profumo si sparse, «come se tutte le spezie della terra fossero state portate ad Alessandria». Per i veneziani i luoghi dei primi martiri della cristianità erano inestricabilmente legati alle loro fortune mercantili.
Il primo a rendersi conto che l’architettura medievale di Venezia era profondamente influenzata dall’Oriente fu Ruskin. In Le pietre di Venezia scrisse che «i veneziani meritano una nota speciale come l’unico popolo europeo che abbia simpatizzato in pieno con il grande istinto delle Razze Orientali... Mentre i borghesi e i baroni del Nord costruivano le loro scure strade e i loro sinistri castelli di quercia e di arenaria, i mercanti di Venezia coprivano i loro palazzi di porfido e di oro».
Allo stesso modo delle città mediorientali (Gerusalemme, Damasco, Acri, Bisanzio), Venezia ebbe i suoi quartieri etnici: gli Armeni, i Dalmati, o Schiavoni, i Greci erano associati con strade e distretti che ne sottolineavano la permanenza, mentre per i mercanti di passaggio, tedeschi prima, turchi dopo, appositi Fondaci venivano forniti dallo Stato della Serenissima. Il matrimonio di Venezia con il mare, alla Festa della Sensa, allorché il Doge sul Bucintoro si faceva garante e celebrante dello sposalizio, rimanda al rituale copto delle nozze con il Nilo o a quello dei Fatimidi in occasione della piena di quel grande fiume. Il dialetto veneziano è impregnato di parole arabe connesse al commercio come al lusso: fontego, zecca, doana, tariffa, gabella, sofa, divan, caravan, damasco...
La tradizionale struttura a T dei palazzi rimanda agli edifici di Malta, Damietta, Rosetta, il Cairo, più che alle dimore rurali della terraferma italiana, le sculture «erratiche» di cui la città è piena, dai cammelli in rilievo di Ca’ Mastelli a Cannaregio, alle statue dei Mori nel campo omonimo, testimoniano di un’influenza, di uno scambio e di un calco plurisecolare, la policromia della facciate, in specie il blu e l’oro, i colori del deserto, parla lo stesso linguaggio. Ciò che ancora nel 1200 era frutto di saccheggio, i cavalli di bronzo provenienti dall’ippodromo di Bisanzio, il gruppo dei tetrarchi in porfido rosso, il marmo sottratto ai palazzi imperiali, nel tempo era divenuto imitazione prima, ri-creazione dopo... In pittura, già a partire dal 1400, le scene religiose delle vite dei santi, del Vangelo, si popolano di orientali: chiese e «scuole» si adornano di quadri dai dettagli esotici: minareti, cupole, vetri di Siria, turbanti e donne velate.
Nei reportage diplomatici, così come nelle lettere private e nelle relazioni commerciali, l’occhio di Venezia sull’Oriente è sempre attento, fotografico: ne coglie i particolari, ne sottolinea le caratteristiche, scarta ciò che è improponibile e inesportabile, ma è pronto ad assimilare e a riadattare, se è il caso a rubare. Di questo rapporto, lungo, affascinante, unico, la mostra «Venise et l’Orient», all’Institut du Monde Arabe di Parigi (fino al 18 febbraio) mette in scena più di duecento oggetti d’arte fra quadri, mobili, sculture, ceramiche, tappeti provenienti da musei, confraternite religiose, collezioni private. È la storia di un incontro, uno scontro, un confronto, ma mai di una chiusura: anche in tempo di guerra i mercanti veneziani sono egualmente presenti in Oriente, fenomeno unico nel mondo medievale. Alla fine del XV secolo gli scambi con i Mamelucchi e poi con gli Ottomani che hanno posto fine all’impero di Bisanzio, rappresentano il 45 per cento del commercio marittimo della Serenissima. Prima che, con l’Ottocento, l’Orientalismo diventi una moda e una finzione, il veneziano Gentile Bellini raffigura i dignitari del regno di Maometto II a Costantinopoli come realmente sono, nelle vesti, nelle acconciature, senza turcherie, senza estetismi.
Città commerciale per eccellenza, Venezia crea un impero marittimo senza eguali. Alla fine del Quattrocento le flotte di galere e mercantili della Serenissima percorrono sette linee commerciali: quella di Romania arriva fino a Tana, nel Mar Nero, passando per i Dardanelli e Trebisonda; quelle di Beirut e Alessandria coprono il Medio Oriente; quella delle Fiandre da Maiorca e Cadice passa poi per l’Atlantico e arriva all’Inghilterra; quella di Barberia serve la costa occidentale dell’Africa; quella di «Aque morte» risale il Tirreno fin dopo Marsiglia; quella «al Trafego» va per l’Africa nordorientale, da Tunisi alla doppia Tripoli, libica e siriana. Dal bacino adriatico la potenza di Venezia si apre a raggiera sul Mediterraneo, ma è sull’Egeo che celebra le glorie dei traffici e l’arte della navigazione.
La mostra parigina si chiude con la fine di Venezia come repubblica indipendente, ma il Settecento non è per Venezia che una lunga diarrea che la svuota d’ogni potere. Resiste l’aspetto culturale e mondano e, per molti versi, è ancora la straordinaria capacità diplomatica dei suoi ambasciatori a garantirgli una sopravvivenza frutto di accordi, intrighi, regalie. Quando Napoleone metterà giù brutalmente le sue carte sul tavolo da gioco della politica, si capirà che nessun bluff è più possibile. A metà Ottocento, quando il francese Théophile Gautier sbarca a Venezia, l’impero è ormai un ricordo e la Repubblica quarantottesca di Daniele Manin si è appena spenta nella peste e nella resa. Venezia è sempre più un fantasma buono ormai per il romanticismo gotico, lo spleen, l’epitome della decadenza.
Eppure, di fronte a San Marco Gautier non può non pensare al «sogno orientale pietrificato dalla potenza di qualche incantatore, una chiesa moresca o una moschea cristiana eretta da un califfo convertito». Venezia è il nostro Oriente.