Stendhal, Goethe, Belli, Trilussa: quando la guida è un capolavoro

«Al viaggiatore direi: arrivando a Roma, non si lasci convincere da nessun consiglio, non compri alcun libro, il tempo della curiosità e della scienza sostituirà presto quello delle emozioni». A dare il suggerimento ai turisti che giungono nella città eterna è Henri Beyle, alias Stendhal, che nelle Passeggiate romane propone un tour della città in dieci giorni: «Noi abbiamo adottato il sistema di andare ogni giorno a vedere i monumenti che meglio ci pareva. Esiste però anche un’altra maniera di vedere Roma, maniera molto più regolare e, soprattutto, più comoda: studiare a fondo ogni quartiere prima di passare ad un altro».
Il grande scrittore francese non è stato certo l’unico visitatore d’eccellenza che abbia voluto scrivere impressioni e consigli su Roma. Sono molti, infatti, gli autori italiani e stranieri che hanno scritto sulla città, puntando l’attenzione su monumenti e quartieri diversi nel tentativo di fermarne l’essenza. Molte sono, perciò, le mete di un ideale tour romano, tra letteratura e poesia. «È realmente sulla terra questo stupendo Duomo di Dio?», si chiede sbigottendo di fronte alla maestosità di San Pietro Robert Browning, che come ultimo desiderio confessò di voler morire a Roma, dove tanto felicemente aveva vissuto. Promette una «sudata memorabile» la salita alla cupola della basilica descritta da Edmondo De Amicis: «Si sale per una scala a chiocciola; gli scalini sono larghissimi e appena rilevati; si va su a grandi giri», scrive l’autore di Cuore, che poi conclude la descrizione con la «vertigine» della vista. E Madame de Stäel punta l’attenzione sulla piazza «circondata da colonne che da lontano appaiono leggere, massicce da vicino».
«Indipendentemente dalle curiosità antiche e moderne, di cui questa città ripullula, per una sola di queste tre cose - la chiesa di San Pietro, le fontane, il colpo d’occhio dal Gianicolo - val la pena di fare espressamente un viaggio a Roma», assicura Charles De Brosses, che concentra l’attenzione sullo stretto rapporto della città con l'acqua, colpito dalle sue tante fontane, e tra queste, in particolar modo, da quelle di piazza Navona - «a prima vista mi colpì di più che la stessa chiesa di San Pietro» - e San Pietro in Montorio. A piazza Navona tributa il suo omaggio non un visitatore ma uno del posto, quel Giuseppe Gioacchino Belli che così scrive: «Se po’ ffregà Ppiazza Navona mia e dde San Pietro e dde piazza de Spagna... Cqua cce so ttre ffuntane inarberate: cqua una gujja che ppare una sentenza». E che non trascura altre mete, da Campo de’ Fiori al Pantheon, da Castel Sant’Angelo alla Bocca della Verità, non mancando di suggerire un originale «giro de le pizzicarie», quasi come fosse una guida enogastronomica ante litteram. Piazza Navona e Bocca della Verità - «È una faccia de pietra che tt’impara chi ha detta la bucìa, chi nu l’ha detta» - compaiono nelle opere dell’altro grande poeta romanesco, Trilussa, affiancate da piazza San Marco, San Callisto, ponte Sisto e il cimitero del Verano. Il poeta introduce pure un altro tema caro ai viaggiatori: le antichità. Ne «L’innustria» racconta di aver truffato uno straniero, vendendogli come «anticaja ch’avemo trovato jeri in de lo scavo» la paletta del camino che aveva appena rotto.
Palatino, Piramide Cestia, Appia, Colosseo e Terme di Caracalla sono invece alcune «tappe» romane di Johann Wolfgang Goethe, per il quale la permanenza a Roma, durata circa un anno e mezzo tra il 1786 e il 1788, fu una pagina fondamentale del suo definitivo «Viaggio in Italia». Quanto fu importante per il grande scrittore romantico tedesco la permanenza romana lo fanno intuire queste sue parola: «Roma è un luogo fantastico. Vi si trovano non solo manufatti di tutti i tipi ma anche persone di tutti i tipi (...) Grazie a Dio, comincio ad accettare gli altri e a imparare da loro». «Le chiese remote dell’Aventino» e «le ville dei cardinali e dei principi», dalla Pamphilj alla Ludovisi, sono invece gli sfondi scelti da Gabriele d’Annunzio per «Il piacere». Sulle ville, Borghese in testa, si concentra Maurice Paleologue: «Ssembrano essere create per servire di quadro alla révêrie voluttuosa e alla gioia estetica». Il tour della città non sarebbe completo senza passare per la quercia del Tasso che affascinò Leopardi, la piazza Vittorio e la via Merulana di Gadda, Prati e Castel Sant’Angelo di Pirandello, oltre alle periferie pasoliniane. Di tutti i consigli, l’ultimo è alzare gli occhi dal libro e guardarsi intorno, perché come dice Hippolyte Taine «quel che vi è di più affascinante qui, è quello che si incontra camminando, senza aspettarselo».