Steve Martin: Il mio Clouseau è l’Amleto del cinema umoristico

Il comico americano: «Il mio film non è un remake, ma soltanto un omaggio al grande attore inglese»

Claudia Laffranchi

da Los Angeles

Ritorna la Pantera Rosa. Chi ha amato Peter Sellers e il suo irresistibile ispettore Clouseau non abbiano paura: Steve Martin ricrea il personaggio del poliziotto più imbranato del cinema con il suo umorismo surreale, la sua fisicità impacciata da film muto, e - almeno nella versione inglese - con un accento francese talmente assurdo che non può offendere nemmeno i più sciovinisti tra i nostri cugini (e buona fortuna ai doppiatori). Il Clouseau di Martin è un omaggio a Sellers ma ha una sua precisa identità - moderna e atemporale nel contempo -, e il film ha la furbizia di non essere un classico remake, ma una storia originale che si svolge tra Parigi e New York, sulle tracce dei ladri della Pantera Rosa, il famoso diamante. Anche i comprimari sono di ottima caratura: Kevin Kline (il pomposo ispettore Dreyfuss), Jean Reno (il gendarme Gilbert Ponton, partner di Clouseau), Emily Mortimer (la sua segretaria), e Beyoncé Knowles, la cantante delle Destiny’s Child, nel ruolo della superstar Xania. Senza dimenticare i cameo di Jason Stratham e Cliwe Owen.
Cosa ha provato, signor Martin, a calarsi nei panni che furono di Peter Sellers?
«All’inizio, quando me l’hanno proposto, ho pensato: è un sacrilegio. Poi il mio senso comico si è messo in moto, ho cominciato a immaginarmi certe sequenze e alla fine ho cambiato completamente parere: con qualche nuova trovata poteva essere un ruolo perfetto per me. Inoltre avevano offerto la regia a Shawn Levy, con cui avevo già lavorato in Dodici lo chiamano papà, e a lui le mie idee sono piaciute. Così mi sono messo al lavoro con Len Blum e abbiamo cominciato a scrivere senza il timore del confronto con una leggenda, ma solo cercando di fare del nostro meglio. Le dirò anche che venticinque anni fa ho avuto l’onore di incontrare Peter Sellers, che ammiravo enormemente. Mi fece i complimenti per il mio lavoro e questo reciproco rispetto mi riempì d’orgoglio. E credo che con questo film abbiamo reso omaggio al suo spirito e a quello di Blake Edwards».
Come ha costruito il suo personaggio?
«La cosa che più mi preoccupava era l’accento, quindi ho studiato con una bravissima insegnante francese, che in un paio di giorni mi ha messo a mio agio e mi ha dato gli strumenti necessari per poi poter lavorare da solo, parlando col cane o al telefono, e che mi ha aiutato anche sul set. Prima di allora non avevo mai imparato un accento reale, me li ero sempre inventati. La seconda cosa importante per me sono stati i costumi: Joe Aulisi ha avuto l’idea di darmi un look un po’ fuori dal tempo, con la giacca troppo stretta e i pantaloni troppo corti, un’immagine buffa su cui poi ho costruito il mio personaggio».
Per lei è più difficile recitare in una commedia o in un dramma?
«Rispondo citando il mio amico Kevin Kline: nessuno critica mai un attore dicendo “non è abbastanza drammatico”, ma se fai una commedia e non sei divertente e non fai ridere, tutti lo notano».
Molti comici, primo tra tutti Peter Sellers, sono individui tormentati. Anche lei ha il suo lato oscuro?
«Penso ci sia una differenza tra l’avere un lato oscuro ed essere pazzi, e Peter Sellers era un po’ pazzo. Ma secondo me tutti hanno un lato oscuro, grande o piccolo che sia. È una questione genetica, e io credo di essere nella media. Ritengo inoltre che molti artisti abbiano alti e bassi e si sentano vulnerabili perché il loro lavoro è sempre sotto la lente di ingrandimento, e le critiche possono fare male».
Lei ha scritto sceneggiature, romanzi, e pièces teatrali di successo. Preferisce scrivere o recitare?
«Mi piacciono entrambe le discipline proprio perché sono differenti, e mi ritengo molto fortunato perché posso passare dall’una all’altra. Scrivere è un’attività solitaria, interiore e ragionata, mentre recitare è una cosa sociale, impulsiva e fisica. È come quando si sta in casa troppo e si ha voglia di uscire a fare una passeggiata, e viceversa».
È favorevole ai remake?
«Confesso che mi piacciono, forse perché ogni mio remake è stato un successo, da Due figli di... a Il padre della sposa. Ma la nostra Pantera Rosa non si può considerare un remake, la storia è nuova, e abbiamo solo ripreso una gag dall’originale proprio per rendergli omaggio. Inoltre è dagli anni Venti che si rifanno film, come King Kong o È nata una stella. Io vedo i remake in modo diverso, come se fossero pièces teatrali. Nessuno dice “non posso fare Amleto perché l’ha già fatto Richard Burton”. Ecco, per me l’ispettore Clouseau è l’Amleto dei comici».