STEVENSON Le favole del mistero

Censurate o smarrite? La curiosa storia di due racconti non inclusi nella raccolta delle «Fables» e ritrovati l’anno scorso negli Usa. E ora pubblicati in Italia

Il Falcone Maltese (Robin Edizioni, prima mistery-rivista italiana, frontespizio ispirato alla madre di tutti i noir, l’accoppiata Huston-Bogart nei panni del detective Sam Spade, uscito dalla penna di Dashiell Hammett) è in edicola con due brevi racconti di Robert Louis Stevenson, tradotti in esclusiva da Lilli Monfregola. Dello scrittore scozzese (Edimburgo, 1850-Upolu, Samoa, 1894), maestro d’avventura con L’isola del tesoro e con La freccia nera, nonché del thriller simbolistico-allegorico, con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, erano già disponibili le venti caustiche Fables, pubblicate postume nel 1895 sul Longman’s Magazine.
Si sa che nel disegno iniziale della raccoltina narrativa rientravano anche i due pezzi The Clockmaker, «L’orologiaio», e The Scientific Ape, «La scimmia scienziata», divenuti però in questa originale versione italiana, rispettivamente La Teoria della Stanza e Esperimento 701. Per qualche strano caso, il volume Fables uscì dalla tipografia epurato dei due racconti. Che sonnecchiarono nelle pagine manoscritte, finché Ralph Parfect, erudito del King’s College londinese, ansioso di addottorarsi nel suo amato Stevenson, le disseppellì dai depositi della Beinecke Collection, Yale University, editandole nel 2005 sulle austere colonne dell’English Journal in Traslation, con un corredo d’ipotesi sul presunto insabbiamento.
La storia letteraria è infarcita di scritti smarriti e poi risorti. L’ingiuria del tempo ha demolito il secondo libro della Poetica di Aristotele, consentendo a Umberto Eco di ricamarci sopra il suo più fantasioso machiavello, Il nome della rosa. Le dune egiziane regalano a volte gli splendidi brandelli di una letteratura greca classica di cui si erano smarriti papiri e ricordi. Per l’emozione di umanisti in caccia di antichità, gli scriptoria dei monasteri si sono rivelati nei secoli insperate arche di opere piante come disperse. E ci furono scrittori determinati a condannare all’oblio il proprio genio, come Virgilio, che sul letto di morte pregò gli amici di gettare nel camino l’Eneide, rinnegata come schizzo imperfetto, o come Kavafis, che celava i suoi gioielli in versi incollandovi sopra il vano schermo di altri fogli.
Detto questo, dove si annida la notizia? Dov’è l’anomalia, che fa della bella tenebrosa, la rivista degli intrighi e dei brividi, la giusta culla per queste pagine resuscitate? Nella storia del testo stevensoniano, la sfalsatura esiste. Passate come meteore in una traduzione francese, le due novelle si eclissarono nelle edizioni, lasciando però spalancati i loro loculi. Nei libri, tra le Fables, si notano salti nelle numerazioni di pagine. Difficile pensare a editori sciatti, a schiere di correttori miopi. Chi ha assassinato i racconti, occultando le salme? Sottoposte ad esame autoptico, le reliquie si rivelano brillanti diavolerie di fantasy, che mischiano paradossi alla Lewis Carroll, con più pensosi rovesciamenti di prospettiva propri dello Swift di Gulliver, dove la realtà non è minuscola o colossale in sé, ma a seconda dei punti di vista.
Nel primo racconto, una caraffa mezza piena d’acqua, dimenticata sul tavolo di una stanza, è un microcosmo di animalculae antropomorfi, con il tic filosofico di scoprire se sia nato prima l’uovo o la gallina, cioè tutto di sé e del mondo (le pareti, le finestre con i cicli astrali di sole e luna, l’immensa spaccatura gialla da cui entra, a cicli ineluttabili, un orologiaio, logora metafora di Dio, che innesca il moto sacrale di pendola e lancette). In vitro, pullula di tutto: religioni, apostasie, teorie scientifiche, inquisizioni, finché il clockmaker, con distrazione sublime, tracanna quell’inquieto universo.
Nell’Esperimento 701 (quasi un sentore del coevo Libro della giungla kiplinghiano) una scimmia con pruriti scientisti rapisce il bebè di un vivisezionista: è lei stessa sfuggita al bisturi, maturando la bizzarra idea che esplorando l’interno del bambino, esemplare di specie avanzata, farà luce sui misteri della più primitiva biologia scimmiesca. Gli anziani del branco si oppongono. La verità fa male, specialmente se dissotterrata con mezzi crudeli. Il piccolo è restituito al tassonomista che, lui, di scrupoli non se ne fa, e chiude la serata stendendo sul tavolo altri tre animali.
C’è una deliziosa violenza, in queste morali delle favolette, una cifra limpida di Stevenson, che amava tirare sassate nella piccionaia perbenista e colonialista del suo tempo vittoriano, sconvolgendo puritani e borghesi con i truci giochi delle ambiguità perverse, alla Jekyll e Mr. Hyde. Curatori e uffici commerciali delle case editrici sono i maggiori indiziati per l’omicidio delle pagine. Il movente? Timore dello scandalo, del crollo di vendite. Ma perché lasciare in vista i sepolcri imbiancati? Meglio pensare che fu Stevenson a praticare il minisuicidio. Lui è il clockmaker, lui il perito settore che smembra le sue creature di carta. Un delitto a orologeria. Ogni scrittore con un buon ego sa che la fama più appetitosa è la postuma, e che ci sarà sempre un erudito disposto a frugare tra le carte ingiallite. Il mistero, fitto, continua.