STIRNER Un uomo tutto solo

Due secoli fa nasceva l’autore de «L’unico e la sua proprietà»

A un certo punto della sua vita, verso i quarant’anni, aveva provato col commercio, mettendo su una latteria; ma in pochi mesi l’iniziativa fece fallimento. E questa non fu certo l’unica amarezza che ebbe a patire lungo il mezzo secolo in cui visse, tra il 25 (o 26) ottobre del 1806, quando vide la luce a Bayreuth, in Baviera, e il 25 giugno del 1856, quando, nella più completa miseria, scomparve a Berlino, forse a causa della puntura di un insetto.
In effetti, Max Stirner, il cui vero nome era Johann Kaspar Schmidt, ebbe un’esistenza decisamente difficile. Orfano di padre a un anno, costretto a interrompere gli studi universitari per accudire la madre malata di mente, perse la prima moglie a pochi mesi dalle nozze. Anche sul piano professionale le cose non gli andarono meglio: esaminato da una commissione che rilevò varie lacune nella sua preparazione, gli venne concessa una limitata facoltà di insegnare; per un po’ esercitò la docenza senza esser pagato, finché riuscì a ottenere un posto presso un istituto femminile privato di Berlino, ove rimase per cinque anni. Nel 1843 Stirner si risposa con una giovane intellettuale benestante che lo abbandona tre anni più tardi, mentre i debiti lo costringono a pubblicare su di un giornale la richiesta di un prestito; e sempre a causa dei debiti egli finirà due volte in carcere.
L’anno cruciale della sua vita fu il 1844: infatti, alla fine di ottobre, dedicato alla seconda moglie, uscì il suo capolavoro, L’unico e la sua proprietà, un’opera che suscitò subito vivo interesse e ampie discussioni e che ancor oggi viene considerata una sorta di manifesto del più estremo pensiero individualista, anarchico e nichilista. Stirner aveva ascoltato le lezioni di filosofi del calibro di Schleiermacher e di Hegel, il cui idealismo gli apparve una filosofia del tutto astratta, impregnata com’era di motivi teologico-religiosi. E di teologia Stirner («San Max», come polemicamente e ironicamente lo chiamarono Marx ed Engels) non voleva proprio sentir parlare: pochi anni dopo la pubblicazione della Vita di Gesù di Strauss e de L’essenza del cristianesimo di Feuerbach, egli riprende in modo più radicale la riflessione sulla questione di Dio per giungere a una piena e totale negazione dell’esistenza dell’Essere divino. A suo giudizio - e a questo riguardo è evidente l’influsso feuerbachiano - la presenza di un Dio comporterebbe la distruzione della libertà umana perché i credenti non esitano a sottomettersi alla legge divina, annullandosi in essa e per essa.
Ma se per Feuerbach l’ateismo era il primo ed essenziale passo per giungere a un compiuto umanesimo che esaltasse il valore-uomo, per Stirner esso non prelude ad alcuna filosofia umanistica tendente a sottolineare la grandezza del genere umano. Egli non vuole che al posto di Dio venga collocata una nuova divinità mascherata, magari chiamata Umanità, dinanzi alla quale l’uomo singolo dovrebbe ancora una volta inchinarsi e dichiarare la propria inferiorità. Di qui Stirner prende le mosse per affermare la sua nuova concezione dell’uomo individuo, libero e autonomo, vero artefice del proprio destino, non più subordinato ai cosiddetti ideali di volta in volta ravvisati in Dio, nello Spirito, nello Stato, nella Società.
Basta - grida Stirner - con la morale del sacrificio e del disinteresse! Basta con il rigore dell’etica kantiana, con le leggi e le regole, con la solidarietà e i buoni sentimenti! È giunto il momento di porre al centro della scena l’individuo e nient’altro, la sua libera volontà che è la sua autentica proprietà (da qui deriva il senso del titolo della sua opera più importante); e si dichiari altresì, una buona volta, che l’egoismo, lungi dall’essere un difetto o un peccato, rappresenta la caratteristica più vera e più valida dell’uomo. Scrive Stirner: «Chi si preoccupa solo di vivere dimentica facilmente, in quest’ansia, il godimento della vita. Se si preoccupa solo per la vita e pensa solo a procurarsi la cara vita, l’uomo non impegna tutta la sua energia per sfruttare la vita, cioè per goderla. Ma come si sfrutta la vita? Consumandola come una candela, che si sfrutta bruciandola. Si sfrutta la vita e con ciò se stesso, il vivente, consumando e la vita e se stesso. Godimento della vita è consumo della vita. Bene - ricerchiamo allora il godimento della vita!».
Esiste soltanto l’Unico, a cui tutto deve essere subordinato: «Perché - afferma ancora Stirner -, se si aspira alla libertà per amore dell’io, non fare di questo io il principio, il centro, il fine di ogni cosa? Non valgo io più della libertà? Non sono forse io che rendo libero me stesso, non sono forse io il primo?». In questo contesto, l’altro diventa un puro oggetto di cui l’individuo può servirsi a proprio piacimento e la società va a dissolversi in un’anarchica associazione di individualità. Tale dissolvimento sarà il frutto di un’insurrezione che non deve mirare, come fanno le rivoluzioni, a sostituire una costituzione politica con un’altra, ma ad abolirle tutte in nome dell’assoluto primato dell’individuo.
Di Stirner si sono date varie interpretazioni: nietzscheano prima di Nietzsche, è stato considerato ora un precursore del fascismo, ora un teorico dell’anarchismo, ora un antesignano del pensiero esistenzialista. Ha sostenuto Nicola Abbagnano: «Le idee di Stirner, pur nella forma paradossale e spesso urtante in cui sono formulate, esprimono un’esigenza che si afferma violentemente tutte le volte che viene negata o elusa: quella dell’unicità, dell’insostituibilità, della singolarità dell’uomo». Tale esigenza assume in Stirner toni davvero esasperati, che ben si riflettono nella celebre frase che apre e chiude L’unico e la sua proprietà e che suona: «Ho posto la mia causa su nulla»: «su nulla» e non «sul nulla», come egli stesso volle tanto puntigliosamente quanto eloquentemente precisare rispondendo a una critica mossagli da Feuerbach.