Lo stop ai minareti non porterà a una «tregua d’armi»

Caro Granzotto, visto con occhio bipartisan, il risultato del referendum svizzero sulle moschee rappresenta un nuovo impulso alla guerra di civiltà o non piuttosto un forte segnale per giungere a una tregua in base al principio evangelico del «a ciascuno il suo»?
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Devo subito precisarle, caro Setta, che sulla questione non sono bipartisan, ma partisan. Tutto ciò che è «multi», partendo dalla multisala e dalla multiproprietà per finire al multiculturalismo e al multireligionismo, non fa per me. Per carità, ben vengano i «confronti», si stendano pure tappeti rossi alla comprensione delle rispettive fedi religiose (comunque un po’ compromessa, direi, dalla IX sura del Corano: «Annuncia a coloro che non credono un doloroso castigo. Quando siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati»), ma il guazzabuglio, il mishmash, il potpourri, che sta appunto per pentolone di marciumi, no. I prestiti dall’una all’altra civiltà vanno, come è regola da millenni, assimilati col contagocce, con buonsenso e dopo lungo, lunghissimo estimo. Volerli imporre in quattro e quattr’otto, con la forza o col ricatto morale è una imbecille presunzione. So che il dirlo risulta politicamente incorretto: però lei può ben immaginare, caro Setta, cosa me ne faccio, io, della correttezza politica. Messe le cose in chiaro, dalle prime reazioni credo sia prudente escludere che il sonoro no degli impeccabili cittadini svizzeri ai minareti possa favorire una tregua d’armi. Quando il pidiessino senatore (eletto in Svizzera, in quota italiani all’estero) Claudio Micheloni se ne esce affermando che «il meccanismo della democrazia diretta può purtroppo cadere preda di populismo becero», dando così del becero e alla democrazia e agli elettori che non la pensano come lui, resta poco spazio per il benedetto dialogo. La democrazia o è o non è, non può essere sottoposta a un controllo di legittimità da parte dei Micheloni, sennò stiamo freschi. Sennò salta tutto. Non prendere dunque atto della volontà popolare su un argomento come quello della proliferazione dei minareti significa né più né meno confermare uno stato di guerra fra civiltà, ciò che non contribuisce alla causa.
Poi c’è la questione della paura. Con levantina astuzia i fautori del calabraghismo hanno imposto il concetto che il «diverso», nella fattispecie l’islamico, incuta paura. Tant’è che sempre a commento del referendum in Svizzera, Tariq Ramadam, l’oracolo dei calabraghisti (lo stesso che giustificò gli attentati suicidi in quanto spiegabili «nel contesto»), ha dichiarato che il suo risultato «è il trionfo della paura». In questa stramba interpretazione dei fatti traspare non solo un certo compiacimento (all’incirca: «Vi facciamo paura, eh? Tremate perfino alla vista dei nostri simboli religiosi e non si ha paura che di cose o persone più forti, destinate alla vittoria»), ma il chiaro disegno di far passare per irrazionale - e dunque non dotato di ragione - l’atteggiamento poco benevolo nei confronti dei bravi, buoni e pacifici fratelli musulmani. Evitando così di ricondurlo a quello più difficile da denunciare e deprecare: un moto di fastidio, alternato all’indifferenza, per il metaforico vociare di una comunità che sembra mettercela tutta per vivere in contrasto con l’ambiente che la ospita. In due parole: se accetto la richiesta d’un amico di trascorrere qualche giorno a casa mia e ogni volta mi lascia i suoi piatti sporchi nel lavello o il bagno simile a un pantano, finisco per provare una qualche uggia nei suoi confronti. Uggia, non paura. E che può portarmi a dire, all’amico: senti bello mio, se questa è la tua cultura, se queste sono le tue tradizioni, tanto di cappello. Le rispetto. Però, abbi pazienza, preferisco che i tuoi comodi te li vada a fare a casa tua.