Storia controcorrente del risorgimento liberal

Salvemini, Ernesto Rossi, Pannunzio: sono "I profeti disarmati" che non
caddero dalla padella del fascismo alla brace del comunismo

I profeti disarmati di cui al titolo del nuovolibro di Mirella Serri (Corbaccio, pagg. 228, euro 18) furono, nella definizione coniata da Gaetano Salvemini, i politici e intellettuali liberal dell’Italia postbellica. Gente come appunto Salvemini, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio e altri. Non solo antifascisti, ma anche antitotalitari. Il che doveva fatalmente determinare una rotta di collisione con il Pci, ansioso di portarsi in casa, quali che fossero stati i loro peccati in camicia nera, giornalisti e scrittori di chiara fama, ma irremovibile nell’adorazione all’Urss e al suo amato capo, l’immenso Stalin.

Con una progressione propagandistica schiacciante, il Pci affermava la sua primogenitura nella lotta al fascismo, si identificava come salvatore della Patria e come baluardo della democrazia. Nel contempo bollava come provocazione reazionaria ogni critica a quel modello sovietico di cui venivano esaltate le meravigliose conquiste economiche e sociali. Spiriti liberi oltreche liberal - anche fino al bastian contrarismo puntiglioso -, questi profeti inascoltati potevano permettersi di ripudiare tutte le retoriche: senza alcun tabù e sfidando il politicamente corretto. A Piero Calamandrei, che fu autore d’un testo famoso, Uomini e città della Resistenza, pur nonavendo nella Resistenza fatto nulla di nulla,Rossi dedicò, in una lettera a Salvemini, queste righe: «A dirti la verità io ho terribilmente sui coglioni tutte le commemorazioni ed in particolar modo quelle combattentistiche (garibaldini, reduci, partigiani).  Penso che il buon Ferruccio (Parri, ndr) andando a braccetto con Longo faccia completamente il gioco dei comunisti. Io non ho mai preso sul serio l’epopea dei partigiani quale risulta nelle orazioni di Calamandrei e di altri storici della Resistenza... La guerra partigiana è un mito che serve come strumento di lotta contro i fascisti».

Mirella Serri, che ha al suo attivo un saggio di successo (I redenti) sugli intellettuali del regime mussoliniano che si rifecero una verginità passando sotto la protezione di Togliatti (un filone in parte ripercorso in I profeti disarmati) intreccia bene vicende diverse: dalla guerra civile spagnola - con la repressione comunista nei confronti degli anarchici e con la vicenda tragica di Camillo Berneri - al «triangolo rosso» emiliano, all’oro di Dongo, alle ambiguità di Togliatti, alle speranze di chi credeva vi fosse spazio, in Italia, per un forte movimento laico, una terza forza rispetto alla chiesa cattolica e alla chiesa comunista. Le nuove classi dirigenti e le nuove leve del mondo del lavoro avrebbero dovuto trovare nel Risorgimento liberale, quotidiano di un partito moderno e nello stesso tempo rispettoso della tradizione e dei valori nazionali, il riferimento giornalistico.

Un’illusione. Pannunzio diresse Risorgimento liberale finchélasualinea - d’un liberalismo di sinistra - fu prevalente. Nel ’47 passò la mano a Manlio Lupinacci, ma nel volgere d’alcuni mesi la testata nonandò più in edicola. Nacque poi il settimanale Il Mondo, la creatura prediletta di Pannunzio. Non fu lunga, dunque, l’esistenza di Risorgimento liberale. Ma dalle paginedi Mirella Serri emerge con evidenza quanta verità, quanta onestà e quantocoraggio abbiano avuto le sue inchieste: non sospettabili di nostalgia per il ventennio,come quelle del neofascista Giorgio Pisanò, ma puntuali nell’affrontare le situazioni tenebrose e i misteri sanguinari poi ripresi ultimamente nella pubblicistica alla Pansa.

Togliatti, vecchio apparatchik temprato a ogni mutare degli eventi, recitava più ruoli. Fu ministro Guardasigilli, ma proprio mentre sovrintendeva alla giustizia italiana aveva citato positivamente, in un discorso, i cortei della Rivoluzione francese nei quali sulle picche dei dimostranti erano issate le teste dei giustiziati. Fu costretto ad ammettere che le messe amorte nell’Emilia rossa erano «una macchia da cancellare», ma poi attribuì quei crimini a «elementi squilibrati e sbandati non legati a nessun partito politico». Fu da lui insinuato, inoltre,chegli assassini di agrari, professionisti e commercianti, o volessero rapinare o volessero spingere le loro vittime «a finanziare organizzazioni neofasciste clandestine».

Nientemeno. Ci voleva una bella faccia tosta persostenere queste tesi. E ci voleva un cinismo settario per accogliere con grida di «venduti» - come a ccadde alla stazione di Firenze- un treno carico direduci dalla prigionia in Russia. Ma vale la pena di scandalizzarsi per questa protervia di militanti invasati se un uomo dic ulturac ome Concetto Marchesi, grande classicista, riteneva che si potesse essere antifascisti solo essendo comunisti? Secondo lui i socialisti poco accomodanti con il Pci, i democristiani, i repubblicani, i liberali di sinistra fingevano di essere antifascisti ma erano fascisti con la maschera. L’immane menzogna per alcuni vale ancor oggi.