La storia dimenticata dei patrioti in tonaca

Alla mole immane dei saggi sul Risorgimento e sull’Unità s’aggiungono adesso quattro volumetti - edizioni del Capricorno, euro 8,90 - che Aldo A. Mola ha dedicato a «un Paese speciale»: ossia all’Italia divenuta Stato. Aldo A. Mola, noto e apprezzato come cultore di studi sul suo conterraneo Giovanni Giolitti, è un risorgimentalista convinto. Ma sbaglierebbe di grosso chi ritenesse che questi saggi di Mola appartengano a una certa bibliografia encomiastica, senza riserve, degli avvenimenti d’un secolo e mezzo fa: oppure ad una bibliografia impegnata ad asservirli, quegli avvenimenti, alle polemiche d’oggi. Sulle polemiche Mola interviene, ma a modo suo.
Monarchico e moderato, sta con Vittorio Emanuele II e con Cavour, rispetta Mazzini. Ma, rispettosissimo anche della Chiesa, inneggia addirittura a Pio IX: che «grande Papa e grande italiano, invocò che Dio conservasse sempre al Paese il dono preziosissimo fra tutti, la fede». In verità invocò anche il ritorno del potere temporale, e scomunicò senza fare sconti chiunque avesse contribuito alla sua fine. Forse Mola eccede in indulgenza verso alcuni estremismi ed estremisti clericali. Riconosce doti di cultura a padre Antonio Bresciani, autore di libri popolarissimi imbevuti di antisemitismo e di accuse al complotto massonico contro la Chiesa. L’opera più famosa del padre s’intitolò L’ebreo di Verona, e fu pubblicata a puntate sulla rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica. Sottolinea Mola che L’ebreo di Verona ebbe decine di edizioni. «Ne vennero vendute cento volte più copie dei Promessi Sposi, e centomila più delle poesie di Giosuè Carducci il cui editore, Zanichelli, per invogliarne l’acquisto, le propose con un’inserzione dei rimedi contro le infezioni vaginali».
Tutto questo dimostra sia lo scrupolo di Mola come narratore sia la sua attenzione non pregiudizialmente ostile nei confronti del mondo cattolico. Anche se certi nomi ci sono rimasti in mente dai banchi di scuola e anche se qualche vicenda la ricordiamo, bisogna riconoscere - almeno per quanto mi riguarda io lo riconosco - che in questa nostra età diffidente e dissacratoria i patrioti con la tonaca non godono di molto favore. La duplice damnatio della loro memoria - da partre dei clericali e da parte dei laici - è tipica d’una cultura e d’una società che mirano alla contrapposizione netta tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male. Ma meritano incondizionata ammirazione quei prelati animosi che che furono eletti nelle assemblee del 1848-1849 o che - non nel momento eroico delle battaglie, ma nel corso della lunga lotta tra lo Stato e la Santa Sede - si schierarono con lo Stato. Come il teologo Carlo Passaglia che lanciò una «petizione a Pio TX e ai vescovi», sottoscritta da novemila sacerdoti, (in gran parte del basso clero meridionale) «per conciliare la Chiesa con il regno de’ Italia». Tra le annotazioni di Mola sul clero cito quella riguardante don Luigi Tosti, abate napoleano, che affidò a Pio IX una sua Storia della Lega Lombarda accompagnandola con parole palpitanti: «Con questo volume nelle mani, padre beatissimo, addimandate se siamo figli di quei lombardi che, ammogliato il romano pontefice alla libertà della Patria, seppero con immacolato sangue difenderlo».
Il ripercorrere il Risorgimento suscita insieme malinconia - per le sue pochezze e meschinità - e orgoglio, per le sue indubbie grandezze. Lo volle una esigua minoranza d’italiani, nell’ordinamento cavouriano votava l’8 per cento dei cittadini maschi. I neoborbonici ne traggono motivo per rivendicare la legittimazione popolare e i meriti del Regno del sud. L’Italia emersa dal censimento del 1871 contava un 69 per cento di analfabeti. Che tuttavia in Lombardia e in Veneto erano poco più del 40 per cento, mentre nella massima parte del prospero Regno delle due Sicilie erano all’incirca il novanta per cento.
Mi pare dimostrato che l’ancién régime aveva forse le casse gonfie d’oro, ma non giovava molto all’istruzione.