Storia d'Italia del XX secolo

Le umiliazioni inflitte al nostro Paese dalle potenze alleate

E venne, dopo la vittoria italiana del 1918, l’età dello scontento. Il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson era un uomo di 62 anni che aveva in mente un nuovo ordine mondiale e stava studiando quegli strumenti politici e diplomatici in grado di prevenire i conflitti. Un idealista, secondo alcuni. Una sorta di «messia» secondo altri, col difetto di indicare un «avvenirismo nebuloso» usando frasi di stampo un po’ leninista come «il futuro delle classi lavoratrici». L’idea di Wilson era questa: demandare a un consiglio di potenti la composizione dei conflitti tra le nazioni. Idea che sta alla base della Società delle Nazioni, diventata poi Onu. Uno dei suoi detrattori disse di lui: «Un uomo che crede nell’umanità, ma diffida di tutti gli esseri umani».
Wilson arriva in Europa nel dicembre. Dotato di grande dialettica, alla Conferenza di pace di Parigi, comincia col deludere le aspettative italiane. In base al Patto di Londra l’Italia s’aspettava l'ufficializzazione internazionale del controllo su Trentino Alto Adige, Friuli, Dalmazia e altri territori adriatici (Fiume compresa). Wilson fa sua la convinzione che il governo di Roma voglia procedere sulla strada dell’«imperialismo esagerato». In mezzo a tensioni non indifferenti, l’America fa subito sapere d’essere d’accordo sulle rivendicazioni italiane fino al Brennero, ma storce il naso se si parla di terre orientali.
Il governo italiano è molto debole. E lo si vede subito alle ore 15 del 18 gennaio 1919 a Parigi, quando si dà inizio alla Conferenza di pace. Per la prima volta sono insieme 29 rappresentanti di Stati. Presidente della Conferenza viene nominato Clemenceau, 78 anni, massiccio e fiero, soprannominato «la tigre». Dietro la delegazione italiana c’è un Paese nervoso e scontento. Premono i nazionalisti, si agitano i futuristi di Marinetti e gli arditi, ex combattenti dei battaglioni d’assalto. A indire manifestazioni di protesta c’è anche un uomo chiamato Benito Mussolini. A Parigi gli inviati di Roma fanno fatica a reclamare il rispetto del Patto di Londra. Inghilterra e Francia vedono male la mano italiana sui territori adriatici, mentre gli jugoslavi chiedono l’annessione della Dalmazia con le isole, dell’Istria, di Trieste e di Gorizia. Wilson è anche disposto a riconoscere le nuove frontiere dell’Italia, ma è fermo sul «no» per Fiume. Francesi e inglesi danno man forte agli americani in quanto vogliono libero un corridoio commerciale fino al mare.
Il 24 aprile l’onorevole Orlando, assieme a Diaz, lascia Parigi. Ma i lavori della Conferenza non si interrompono. Quando la delegazione italiana si ripresenta il 7 maggio, ci sono un Clemenceau e un Lloyd George (rappresentante di Londra) piuttosto sarcastici nell’accennare ai «capricci» della giovane e «ambiziosa» Italia. Da più parti, e non solo a Roma, si parla di ingratitudine, ricordando che la dichiarazione di neutralità dell’Italia, nel 1914, consentì alla Francia di disporre altrove, e non più al confine alpino, 350mila uomini, in quanto le truppe italiane erano state inviate al confine austriaco.
Per la «vittoria mutilata», il nostro Paese se la deve vedere con una confusione interna che è foriera di radicali cambiamenti. Durante il 1919 ci sono 1663 scioperi nel settore dell’industria (che impegna oltre un milione di lavoratori), e 208 nell'agricoltura (mezzo milione di contadini). La questione di Fiume porta poi Gabriele D’Annunzio, a occupare, a sorpresa, la città. Il nazionalismo del poeta-guerriero e il disordine sociale italiano sono la prefazione di un libro ventennale ancora da scrivere.