Storia ebraica

Vi sono molte ragioni per leggere questa bella biografia di Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, di cui è autore Luigi Compagna (Theodor Herzl, Il Mazzini d’Israele, con una prefazione di Francesco Cossiga, Rubettino, 2010). La prima ragione è beninteso quella suggerita dal sottotitolo: l’indovinato parallelismo tra la figura di Herzl e quella di Giuseppe Mazzini, sotto la comune definizione di «politici dell’irrealtà». Trattasi di una definizione ripresa da un articolo di Guido Dorso del 1945, in cui questi, correggendo la sua visione della storia come un cimitero di utopie, vedeva nell’irrealismo mazziniano una «carta vincente e in qualche misura invincibile, quasi una ragione inattaccabile di superiorità politica», per la capacità di «conseguire una sua realtà che supera la contingenza e anticipa l’avvenire». E quale altro esempio può darsi del successo che può conseguire la «politica dell’irrealtà» dell’incredibile sogno di Theodor Herzl di costruire uno stato ebraico? Oltretutto, si è trattato di un sogno che, come quello mazziniano, si è trasformato in una realizzazione profondamente positiva e coerente con l’ideale, a differenza di altri sogni basati su visioni deterministico-scientifiche come quella marxiana.
Un’altra ragione dell’interesse del libro di Compagna consiste nel fatto che non si tratta di una biografia in senso stretto bensì di un’opera che segue il percorso umano, intellettuale e politico di Herzl. Tra i tanti temi che il libro affronta vi è quello della condizione ebraica prima, durante e dopo l’emancipazione avvenuta nel ’700. Uno dei temi più interessanti è quello del difficile passaggio degli ebrei dal ghetto alla condizione di cittadini, con il conseguente dilemma se ridurre l’identità alla semplice dimensione religiosa o caratterizzarla come «qualcosa di più», che però era difficilmente conciliabile con l’idea astratta di cittadino su cui si fondavano le democrazie europee. Di fronte a tale dilemma il sionismo di Herzl entra in scena con la nettezza di un taglio gordiano, proponendo una soluzione nazionale basata su un’idea larghissima di cosa sia un ebreo, che non conosce le limitazioni imposte dalla giurisdizione religiosa. È una visione che abbatte quella condizione che efficacemente Compagna chiama dei «due muri», il muro di separazione imposto dall’esterno, che delimita il ghetto come «territorio di steccato», e il muro interno voluto dagli stessi ebrei per proteggere la propria identità e la propria cultura.
Questa caratteristica fondante del sionismo, questo suo ruolo rivoluzionario nella ridefinizione dell’identità ebraica dopo l’emancipazione, è un punto di partenza fondamentale per riflettere su alcuni nodi critici del presente che investono sia lo stato d’Israele che la diaspora. La prima considerazione è che la forza del sionismo è stata proprio quella di essersi fondato su una nozione di ebreo molto più larga di quella ricavata dalle prescrizioni giuridiche religiose (halachiche). È oggi evidente che la spinta a una riduzione del sionismo a sionismo religioso e l’indebolimento della separazione tra sfera statuale e sfera religiosa non può che avere effetti negativi sul futuro del paese. Per converso, le comunità della diaspora, non avendo scelto l’opzione sionista, non possono che ridurre la loro dimensione identitaria a quella religiosa, pur conservando il pieno diritto a manifestare il loro attaccamento allo stato ebraico, particolarmente legittimo in un momento in cui è in discussione il suo diritto all’esistenza. Qui dice qualcosa di importante quella che il libro chiama la «sinfonia americana», forse l’unica esperienza in cui l’ebraismo diasporico ha continuato a manifestare una grande vitalità, la quale è certamente dovuta al pluralismo con cui viene vissuta l’esperienza religiosa. Ma in Europa, dove le comunità sono numericamente esigue e il contesto sociopolitico è diverso, la tentazione di ricostruire il muro “interno” è grande, ed ha come sbocco inevitabile la progressiva estinzione. L’irrealismo politico del sionismo di Herzl ha lasciato all’ebraismo la lezione che nessuno dei “due muri” può più restare in piedi.