La storia del premio Pulitzer: la bimba e la luce sconosciuta

Danielle è stata segregata in casa dalla nascita ai 7 anni. Non aveva
mai visto il sole. Ecco quello che è stato
giudicato il reportage più bello del mondo

L'inchiesta di Lane DeGregory comparsa sul St. Petersburg Times. L'inchiesta ha vinto il premio Pulitzer 2009 nella sezione "future writings"

Lane DeGregory

La famiglia viveva in affitto in quella misera casa da quasi tre anni quando qualcuno vide per la prima volta un viso di bambina alla finestra. Una bambina pallida, con gli occhi scuri, sollevò un telo sporco dal vetro rotto per guardare fuori, ricordava un vicino.
Tutti sapevano che in quella casa viveva una donna con il suo amante e due figli grandi. Ma nessuno aveva mai visto in quella casa una bambina e nemmeno qualcuno giocare nel giardinetto incolto. La bambina era piccola, cinque o sei anni al massimo, e magra. Troppo magra. Le sue guance apparivano smunte; il suo sguardo sembrava perso nel vuoto. La bambina fissò quel quadrato di sole e scivolò via.
I mesi passarono senza che quel viso riapparisse mai. Il 13 luglio 2005, poco prima di mezzogiorno, una macchina della polizia di Plant City si fermò davanti a quella finestra rotta. Due poliziotti entrarono nella casa e uno di essi uscì subito barcollando. Stringendosi le mani contro lo stomaco, il poliziotto più giovane andò a vomitare tra le erbacce.
Il detective Mark Holste della polizia di Plant City prestava servizio da 18 anni quando venne mandato con il suo giovane collega in quella casa di Old Sydney Road a seguito di un’indagine per un caso di maltrattamento di minore. Finalmente qualcuno aveva chiamato la polizia. Trovarono una macchina parcheggiata all’esterno. La portiera dalla parte del guidatore era aperta: una donna era accasciata sul sedile e singhiozzava. Era un’investigatrice del dipartimento della Florida per l’Infanzia e la Famiglia. «È incredibile», disse a Holste. «È la cosa più terribile che io abbia mai visto».
I poliziotti entrarono dalla porta principale in un angusto salotto. «Sono stato in stanze in cui giacevano dei corpi in decomposizione da una settimana, ma non ho mai sentito un fetore di quel genere», disse Holste più tardi. «Non c’è nulla che possa descrivere quel che si vedeva lì dentro. Urine e feci - escrementi di gatto, di cane, umani - che imbrattavano i muri, schiacciati sui tappeti. Tutto era fradicio e marcio». Tende a brandelli, ingiallite dal fumo delle sigarette, che penzolavano dai bastoni di metallo incurvati. Pezzi di cartone e vecchi stracci infilati per tamponare i buchi delle finestre dai vetri luridi. Il divano pieno di macchie e tutti i ripiani dei mobili appiccicosi e ricoperti completamente dall’immondizia. Il pavimento, i muri, perfino il soffitto parevano ondeggiare sotto legioni di scarafaggi che correvano dappertutto. «Il suono che sentivo era simile a quello di quando si cammina su dei gusci d’uovo. Non si riusciva a fare un passo senza schiacciare scarafaggi», disse il detective. «Erano dentro le lampade, nei mobili. Perfino dentro al freezer. Nel freezer!».
Mentre Holste si guardava attorno, una donna robusta che indossava una vestaglia scolorita voleva sapere cosa stava succedendo. Sì, viveva lì. Sì, quelli in salotto erano i suoi due figli. La figlia? Be’, sì, aveva una figlia... Il detective la scavalcò e si diresse verso una stanza stretta. Girò il pomello di una porta che si aprì su uno spazio grande quanto quello di uno sgabuzzino. Cercò di vedere nel buio. Qualcosa si agitò davanti ai suoi piedi.
La prima cosa che vide furono gli occhi della bambina: scuri e grandi, lo sguardo vacuo, fisso, senza nemmeno un battito di ciglia. Non guardava lui, era come se guardasse attraverso di lui. Giaceva su un vecchio materasso ammuffito sul pavimento. Era raggomitolata su un fianco e le lunghe gambe premevano sul suo petto emaciato. Le costole e le clavicole sporgevano; con un braccino scarno si copriva la faccia; i capelli neri erano arruffati e brulicavano di pidocchi. Morsicature di insetti, pustole e piaghe le butteravano la pelle. Anche se sembrava avere l’età per poter andare a scuola, era completamente nuda e aveva addosso solo un lurido pannolino tutto gonfio di escrementi. \
Cercando di soffocare la rabbia, si avvicinò alla madre. Come ha potuto lasciare che accadesse una cosa del genere? «La risposta della madre fu: “Faccio del mio meglio”», disse il detective. «Le ho detto, “Del tuo meglio un cazzo!”». Voleva arrestare subito la donna, ma quando chiamò il suo capo gli dissero di lasciare che il dipartimento Infanzia e Famiglia facesse le sue indagini sul caso. Così il detective portò la bambina via da quella stanza buia, passò davanti ai fratelli, scavalcò la madre sul portone che gridava «Non portate via la mia bambina!». Allacciò alla bambina le cinture di sicurezza della macchina dell’investigatrice dello Stato.
L’investigatrice concordò sul fatto che dovevano portare la bambina subito via da quel posto. «Colleghiamoci via radio con l’Ospedale Generale di Tampa», il detective ricorda di aver detto al suo collega. «Se questa bambina non va subito in un ospedale ho paura che non ce la faccia».
La madre disse che si chiamava Danielle. Aveva quasi 7 anni. Pesava 46 libbre (poco più di 20 kg). Era malnutrita e anemica. Nel reparto pediatrico di terapia intensiva cercarono di farla mangiare, ma la bambina era incapace di masticare o di inghiottire cibo solido. Così la misero in un’incubatrice e la nutrirono con un biberon. Le inservienti le fecero il bagno, le tolsero le croste e le curarono le pustole che aveva in faccia, le tagliarono le unghie che sembravano artigli. Dovettero tagliarle i capelli per poter eliminare i pidocchi. L’assistente sociale che seguiva il suo caso capì che la bimba non era mai andata a scuola e che non aveva mai visto un medico. Non era capace di tenere in braccio una bambola, non riusciva a capire le filastrocche. «A causa di grave negligenza», scrisse un dottore, «la bambina resterà disabile per tutto il resto della vita».
Alloggiata in una maxi-culla, Danielle si raggomitolava su se stessa come un verme, si contorceva rabbiosamente e prendeva tutto a pugni. Per calmarsi, batteva le punte dei piedi e si succhiava i pugni. «Come un neonato», scrisse un medico. Guardava nel vuoto senza mai stabilire un contatto con gli occhi altrui. Non reagiva al caldo o al freddo, né al dolore. Quando le veniva infilato l’ago della fleboclisi in vena non aveva reazioni. Non piangeva mai. Con un’infermiera che la teneva per mano riusciva a stare in piedi e a camminare sghimbescia sulle punte dei piedi, come un granchio. Non sapeva parlare, non sapeva muovere la testa per dire sì o no. Ogni tanto faceva un grugnito. Non era in grado di dire a nessuno cosa era accaduto, cosa non le andava bene, cosa le faceva male.
La dottoressa Kathleen Armstrong, direttrice della facoltà di psicologia pediatrica dell’Università della Florida Meridionale, fu la prima psicologa che esaminò Danielle. Disse che tutti gli esami clinici, gli encefalogrammi, i test visivi, uditivi e genetici non avevano rilevato nessuna anomalia nella bambina, che Danielle non era né sorda né autistica, e non aveva disturbi fisici quali paralisi cerebrale o distrofia muscolare. \
La dottoressa Armstrong definì le condizioni della bambina con l’espressione «autismo ambientale». Pensava che Danielle fosse stata privata di qualsiasi forma di interazione per così tanto tempo da essersi ritirata in se stessa. La cosa più straordinaria di Danielle, disse la Armstrong, era la sua totale incapacità di stabilire qualsiasi tipo di relazione sia con le persone sia con gli oggetti. «Non c’era luce nei suoi occhi, nessuna risposta, nessun segno di riconoscimento... Vedevamo una bambina che non reagiva neppure alle carezze e all’affetto. Perfino un bambino con il più elevato grado di autismo risponde a queste cose». Danielle era «il più atroce caso di incuria e di abbandono che io abbia mai visto». \
Danielle rimase per diverse settimane all’Ospedale Generale di Tampa prima di stare sufficientemente bene per poterlo lasciare. Ma dove avrebbe potuto andare? Non certo a casa sua. Il Giudice Martha Cook, che aveva sovrinteso l’udienza per deciderne la tutela, ordinò che Danielle fosse messa sotto tutela legale e che si impedisse alla madre di vederla o di farle visita. La madre finì sotto processo con l’accusa di maltrattamento di minore. \ Alla fine, Danielle fu mandata in una casa-famiglia a Land O’Lakes. \
Nell’ottobre 2005, un paio di settimane dopo il compimento dei 7 anni, Danielle iniziò per la prima volta ad andare a scuola. Fu messa in una classe speciale nella scuola elementare Sanders. \ Nell’autunno del 2006, verso la festa del Ringraziamento - un anno e mezzo dopo che Danielle era stata messa sotto tutela legale - l’assistente sociale che la seguiva pensò di trovarle una sistemazione stabile. Una clinica, una casa-famiglia o una struttura sanitaria di tutela avrebbero potuto prendersi cura di Danielle. Ma lei aveva bisogno di qualcosa di più. \ In quell’autunno, la Panacek \ decise di inserire Danielle nella Heart Gallery (Galleria del cuore), un catalogo di foto di bambini adottabili. La Commissione per l’Infanzia espone queste fotografie nei centri commerciali e su Internet nella speranza che qualche persona si innamori di questi bambini e se li porti a casa. \
Il giorno in cui Danielle avrebbe dovuto farsi fotografare per la Heart Gallery, si presentò con la sua camicetta nuova tutta sbrodolata di succo di frutta rosso, perché non era ancora capace di bere da una tazza. Garet White, la dirigente che si occupava dell’assistenza di Danielle, cercò di pulirle la camicetta e le lavò la faccia. Le spazzolò la frangetta e pregò il fotografo di portare pazienza. La White si mise dietro al fotografo salutando Danielle con la mano, si tappò le orecchie con i pollici agitando le mani per farle «marameo», tirò fuori la lingua roteando gli occhi, ma Danielle non batté nemmeno le palpebre. La White stava quasi per rinunciare quando udì un suono che non aveva mai sentito fare da Danielle. Gli occhi della bambina guardavano ancora nel vuoto, apparentemente senza vederla. Ma la bocca era aperta come se stesse tentando di ridere. La foto fu fatta in quell’attimo. \
Bernie e Diane Lierow ricordano che se ne stavano in silenzio all’interno del GameWorks a Tampa, distrutti dalla stanchezza. Avevano guidato per tre ore da Fort Myers Beach, dove abitavano, sperando di incontrare il loro bambino a quella manifestazione per promuovere l’adozione. Ma quei ragazzini sembravano tutti troppo agitati, troppo grandi e anche troppo «terreni». Bernie, 48 anni, ristruttura case. Diane, 45 anni, fa la donna delle pulizie. Hanno quattro figli maschi già grandi avuti da precedenti matrimoni e un figlio loro. Diane non può più avere figli e Bernie aveva sempre desiderato avere una figlia. Così, lo scorso anno, quando William aveva compiuto 9 anni, avevano deciso di adottare una bambina. \ Diane si allontanò da quel caos per rifugiarsi nella nicchia di un sottoscala.
Fu in quel momento che la vide. Un faccino di bimba su un volantino, una bimba pallida, con le guance smunte e capelli scuri tagliati alla bell’e meglio e troppo corti. I suoi occhi marroni sembravano cercare qualcosa. Diane chiamò Bernie. Egli vide esattamente quello che lei aveva visto. «Sembrava proprio che avesse bisogno di noi». \ Quando incontrarono Danielle a scuola, lei stava sbavando con la lingua che le penzolava dalla bocca. La testa, che sembrava troppo grossa per il suo collo sottile, ciondolava da una parte all’altra. Li guardò per un momento, poi si diresse con lunghi passi lenti verso la porta della classe speciale. Camminava con la schiena inclinata all’indietro, a tratti ondeggiava battendo le punte dei piedi. Diane la raggiunse e le parlò sottovoce. Danielle sembrava non accorgersene. Ma quando Bernie si chinò, Danielle si voltò verso di lui e sembrò che i suoi occhi lo mettessero a fuoco.
Egli le prese una mano e lei si lasciò tirare verso il basso. Il maestro di Danielle, Kevin O’Keefe, era strabiliato. Non l’aveva mai vista fare amicizia così in fretta con qualcuno. Bernie condusse Danielle al campo giochi, con lei che ondeggiava da ogni parte e saltellava in punta di piedi. Lei strizzava gli occhi per la luce del sole, ma lasciò che lui la spingesse dolcemente sul dondolo. Quando giunse il momento di lasciarsi, Bernie giura di aver visto Danielle che lo salutava con la mano. \ La portarono a casa loro nel fine settimana di Pasqua del 2007, considerando questa occasione una specie di rinascita, un battesimo nella loro famiglia. «Fu un disastro», dice Bernie. Le regalarono una bambola, e lei le mozzò le mani a furia di morsi. La portarono sulla spiaggia, ma lei si mise a urlare e non voleva posare i piedi nella sabbia. Tornata nella sua nuova casa, si precipitò di stanza in stanza, con il pannolino che aveva usato al mare che sputava fiotti di liquido su tutti i tappeti.
Non era capace di togliere la carta che avvolgeva l’uovo di cioccolata e così si mangiò anche la carta luccicante. Non riusciva a star ferma davanti alla tv o a guardare un libro. Non era capace di tenere in mano una matita. Quando tentavano di lavarle i denti con lo spazzolino o di pettinarla, scalciava e si dimenava. Non riusciva a stare nel letto, non riusciva a dormire. Stava solo tutta rannicchiata sulla schiena a rigirarsi da una parte all’altra per ore. Per tutta la notte continuava a saltellare e scivolava ondeggiando sulla punta dei piedi in cucina. \
Col passare del tempo, la nuova famiglia di Danielle imparò quello che andava bene per lei e quello che invece non andava bene. Alla struttura che l’aveva in affido le avevano somministrato farmaci antipsicotici per mitigare i suoi sbalzi di umore e per aiutarla a dormire. Quando però Diane e Bernie decisero di «svezzarla» da questi farmaci, Danielle smise di sbavare e iniziò a tenere la testa diritta. Poi permise a Bernie di spazzolarle i denti.
Bernie e Diane consideravano già Danielle come figlia loro, anche se legalmente non lo era. La madre naturale di Danielle non voleva rinunciare a lei, anche se era stata accusata di maltrattamento di minore e rischiava 20 anni di prigione. Fu così che il pubblico ministero le offrì una transazione: se lei avesse rinunciato ai diritti di patria potestà, non l’avrebbero mandata in prigione. La madre accettò la proposta. Fu condannata a due anni di arresti domiciliari, poi alla libertà vigilata più 100 ore di servizio da prestare per la comunità.
Nel mese di ottobre del 2007, Bernie e Diane adottarono ufficialmente Danielle, e la chiamarono Dani. \ Durante la settimana, tutti i giorni per un’ora e mezza la logoterapista Leslie Goldenberg cerca di insegnare a Dani a parlare. La mette seduta davanti a uno specchio in una scuola elementare di Bonita Springs. Le sta insegnando a increspare le labbra per emettere dei suoni soffiando. «Puh-puh-puh», dice l’insegnante. «Ecco, toccami la bocca», dice portandosi le dita di Dani vicino alle labbra perché riesca a percepire l’aria che ne esce. Dani fa un cenno col capo. Adesso è capace di farlo. La Goldenberg soffia di nuovo. Stando appoggiata allo specchio, Dani muove le labbra, le apre e le chiude. Ma non ne esce alcun suono. \
L’insegnante di Dani e i suoi familiari l’hanno sentita pronunciare solo qualche parola, e tutte sembravano dette a caso. Una volta ha borbottato un «baaa», facendo trasalire ed emozionare la Goldberg fino alle lacrime, perché era la prima parola che aveva mai pronunciato. Sembra che parli più frequentemente quando William le fa il solletico, come se qualcosa rimasto nascosto nel suo subconscio riuscisse a filtrare all’esterno quando è troppo distratta per reprimerlo. Il fratello dice che l’ha sentita dire «Basta!» e «No!» e crede addirittura di averla sentita pronunciare il suo nome. \ William era abituato a vivere da figlio unico, ma da quando Dani è arrivata in casa, gran parte dell’attenzione dei genitori è dedicata a lei. «Lei ha più bisogno di loro di me», dice semplicemente. \
Michelle Crockett vive in una roulotte a Plant City con i suoi due figli maschi entrambi sulla ventina, tre gatti e una nicchia piena di gattini. La roulotte sta proprio in fondo alla strada in cui si trova la casa diroccata in cui viveva con Danielle. In un umido pomeriggio di alcune settimane fa, Michelle apre la porta con indosso una lunga T-shirt. Nel vedere due estranei, rientra in casa e si mette addosso una vestaglia. È alta e grossa, ha le spalle larghe e la pelle giallastra della fumatrice incallita. Ha un aspetto stanco e sembra più vecchia dei suoi 51 anni.
«Mia figlia?» chiede. «Volete parlare di mia figlia?». La voce le si incrina. Dagli occhiali scendono delle lacrime. L’interno della roulotte è modesto ma pulito: ci sono dei piatti messi ad asciugare nello scolapiatti sul ripiano della cucina e dei fiori di seta sulla tavola. Seduta in cucina, fumando una dopo l’altra delle sigarette 305, comincia a raccontare dalla fine: dal giorno in cui il detective portò via Danielle. «Quel giorno una parte di me è morta», dice. \
Un giudice ordinò che Michelle fosse sottoposta a un esame psicologico. \ Il rapporto afferma che il quoziente d’intelligenza di Danielle è inferiore a 50, segnalando un «grave ritardo mentale». Quello di Michelle è 77, «ai limiti delle capacità intellettive». \ Voleva lottare per riavere la figlia, dice Michelle, ma non voleva andare in prigione e non aveva abbastanza soldi per pagarsi un avvocato. «Ho cercato della gente che mi potesse aiutare», continua. «Dicono che l’ho fatta diventare autistica. Ma come si può far diventare un bambino autistico? Dicevano che non le mettevo addosso i vestiti, ma lei se li strappava via». \ Resterà in libertà vigilata fino al 2012. \ Quando Danielle era in ospedale, Michelle dice di essere andata a vederla di nascosto con i figli. Tira fuori dall’incartamento una foto in cui si vede Danielle, immersa in un enorme camice da ospedale, accasciata su un letto pieghevole che diventa una carrozzella.
«Questa è l’ultima foto che ho di lei», dice Michelle. Nella cucina spegne il mozzicone della sigaretta. Attraversa il salotto, dove una fotografia di Danielle pende dal muro. La prende e col dito segue i lineamenti dei viso della figlia. «Quando mi sono trasferita qui, è stata la prima cosa che ho appeso», dice. Dice anche che Danielle le manca. «L’avete vista?», chiede Michelle. «Sta bene?».
Danielle sta meglio di quanto chiunque potesse nemmeno osare pensare. Ha imparato a guardare la gente e si lascia tenere per mano. È capace di masticare il prosciutto. Ha imparato a nuotare. È alta e bionda e ha un bel pancino. Sa che il suo nome è Dani. Nella sua nuova stanza c’è una finestra da cui può guardare fuori. Quando ha voglia di vedere cosa succede all’esterno, tutto quel che deve fare è alzare le braccia e il suo papà è proprio dietro di lei in attesa di sollevarla.
(Traduzione di Nora Stern)