La storia Quando era la festa delle trasgressioni

«Correvano i vecchi, correvano i giovani, i cavalli, gli asini e i bufali con tanto piacere di tutti e risa grandi». Così l’umanista Bartolomeo Sacchi raccontava il Carnevale romano, che per secoli è stato un colossale evento di richiamo europeo, tanto da essere preso a soggetto da innumerevoli pittori, scrittori e musicisti, come Hector Berlioz, che nel 1844 lo immortalò nella Symphonie Phantastique. Antica festa pagana, il Carnevale fu riportato in auge alla fine del Quattrocento dal gaudente papa Paolo II Barbo, superando in fasto persino quello veneziano.
«Semel in anno licet insanire»: per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, ma le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.Balli, feste e soprattutto competizioni: c’era la Gara dei moccoletti, in cui di notte si correva per le strade con una candela in mano, cercando di spegnere quelle altrui. Ancora, la Ruzzica de li porci, dove ci si spartiva ciò che restava di carri di maiali vivi, fatti precipitare dalle pendici del monte Testaccio. Su tutte trionfava l’attesissima Corsa dei berberi, che per volontà papale, aveva sostituito una bizzarra, quanto inumana, maratona di storpi e nani. Preceduti dalla «Mossa», una parata per sgomberare la pista, i cavalli berberi venivano lanciati al galoppo, senza fantino, nel rettilineo di via del Corso, che dalla gara prende il nome. Passato il traguardo in piazza Venezia, i berberi schiumanti venivano ripresi, con sfoggio di muscoli, dai barbareschi, mozzi di scuderia. Il proprietario del cavallo vincitore vinceva il palio, un drappo prezioso. Tutti si mascheravano, persino i preti e le suore, e si scherzava per le strade con lanci di coriandoli, di «mazzettacci» (bouquet di povero verdurame), e di «confettacci», pastiglie di gesso colorato.
Il rito liberatorio si prolungò anche in epoca postunitaria, sotto la protezione della Regina Margherita, con le splendide sfilate in costume realizzate dagli artisti. Esilaranti quelle del Generale Mannaggia La Rocca e del Principe Corcumella. Tuttavia, Roma capitale era divenuta una città sovraffollata, e i problemi di ordine pubblico cominciavano a emergere. La prima a risentirne fu la corsa dei Berberi. Quando nel 1874 tredici persone furono travolte e due uomini uccisi dai cavalli, sotto gli occhi delle Loro Maestà, la giunta Venturi decretò la fine della corsa, e con essa del Carnevale romano. Come scriveva Trilussa, «Leva il tarappatà, leva la gente, leva le corse... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».