La strana idea di teatro di Ortega y Gasset

La parola «spettacolo» è ormai definitivamente stravolta, nell’uso generale. Spettacolo in origine designa ciò che appare in forma talmente meravigliosa da farsi guardare, ciò che genera stupore, e il termine infatti è imparentato con «spettro»: uno spettro rivela ad Amleto, dagli spalti del castello di Elsinore, la verità del regno di Danimarca, e cioè il turpe fratricidio e l’usurpazione. Uno spettro rivela al protagonista la tragica verità, e uno spettacolo la confermerà: la celebre recita a corte ottiene l’effetto emotivo desiderato, la prova. Lo spettro e lo spettacolo quindi non allontanano dalla realtà, ma la svelano, e per svelarla è necessaria la natura specifica, inafferrabile, di spettro e spettacolo: il primo appare dal nulla, si rivela evidente, potentemente espressivo e perturbante, e poi svanisce, lasciandoci il dubbio sulla esistenza materiale. Il secondo analogamente si manifesta dal nulla, dal buio, quando si spengono le luci, e immediatamente ci porta in una storia che accade realmente, per poi dissolversi quando cala il sipario. Lo spettacolo quindi non è il doping necessario a fare apparire chiunque o qualunque cosa indipendentemente dai sui meriti intrinseci, come accade nell’accezione moderna, ma il contrario: lo svelamento della realtà attraverso la necessaria illusione, necessaria a proiettarci fuori dal tempo quotidiano per accedere a una realtà altrimenti velata. Questo il senso dell’opera di Shakespeare e del grande teatro, ma anche del cinema di Bergmann, Fellini, Kurosawa, Wenders.
Lo spettacolo ha inizio nella storia umana con il teatro, che inizialmente è un rito, una celebrazione religiosa, e tale continua a essere in molte civiltà (Australia, nativi d’America, molte parti d’Oriente). Anche quando si muterà prodigiosamente in favola (prodigio esclusivo della tragedia greca) fino ai vertici di Eschilo, Sofocle, Euripide, non perderà mai del tutto la sua impronta sacrale: esclusivamente storie di dèi ed eroi, storie riguardanti l’origine, il dramma e il destino del mondo, rigorosamente scritte in versi. Il teatro è poesia che si fa voce, coro, polifonia. Tale sarà nella prodigiosa età elisabettiana di Shakespeare, Marlowe, Ben Johnson. A tali considerazioni ci riconduce, seppur da una prospettiva differente, il saggio Idea del teatro (Medusa, pagg. 128, euro 14) del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955). Il breve e intensissimo libro ci riconduce alla grandezza di quello che l’autore definisce il teatro «in forma», in contrasto con il profondo decadimento del genere. Concordo pienamente sul fatto che nelle grandi stagioni, o nei grandi «squadroni» (tragici greci, elisabettiani, Barocco spagnolo, Goethe e Schiller, Corneille e Racine, Goldoni), non compaiano tracce del teatro borghese (Cechov, Ibsen, Pirandello, per citare gli autori più famosi), in quanto espressione di quella rappresentazione psicologica che costituisce una degradazione del rito, dell’evento, del prodigio, a sentimento, confessione, lamento. Discutibile un fondamento di base del saggio di Ortega: egli contrappone il grande teatro alla realtà, assimilandolo esplicitamente all’irrealtà. Io credo, al contrario, che il grande teatro non costituisca l’uscita dalla realtà, ma l’uscita dal quotidiano per un accesso più profondo a una realtà più piena. Non la «farsa» di cui parla Ortega, assimilandola, coerentemente, al gioco (il gioco è molto spesso un’idiozia), ma l’illusione rivelante, la magia che ci avvicina all’anima del mondo.