La strana voglia di lacci legali del proletariato gay

Può darsi che Arnold Schwarzenegger verrà un giorno ricordato da tanti ex-bambini di tutto il mondo non solo per le tante liete emozioni che procurò loro quando faceva l’attore coi suoi innocentissimi film a base di immaginarie battaglie di un imprecisato Bene contro un altrettanto generico Male, bensì anche per l’immenso giubilo che li scuoterà quando fra pochi giorni apprenderanno che opponendo alla legge sulle nozze gay appena approvata in California il proprio veto di Governatore avrà dato un vigoroso contributo a quella battaglia tutt’altro che immaginaria che è la lotta per la difesa di quel concretissimo Bene che è l’istituto matrimoniale tradizionale contro quel precisissimo Male che è la pretesa di riformarlo per poterlo equiparare alle unioni fra omosessuali.
Ovviamente non è affatto certo che porrà quel veto (per decidere ha un mese di tempo). Ma se, come si prevede, lo porrà, sarà per motivi del tutto diversi da quelli che gli attribuiscono i suoi spregiatori dell’area liberal. I quali, con la loro solita puzzetta sotto il naso, considerandolo una specie di zombi sessista e fascistoide, lo ritengono, o fingono di ritenerlo, furiosamente ostile in linea di principio alla galassia gay. Mentre a provare il contrario dovrebbe bastare il fatto che egli ha più volte dichiarato di non essere affatto sfavorevole all’equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali a quelli delle coppie eterosessuali. Egli insomma riconosce la legittimità di tutte quelle rivendicazioni dei gay che possono essere accolte nella forma giuridica di quei «contratti» che si è ormai convenuto di chiamare Pacs (Patti civili di solidarietà).
Evidentemente anche al suo orecchio austro-americano, proprio come a quello di noi italiani e latini, ripugna l’idea di denominare delle unioni assolutamente prive di connotazioni che possano dirsi legittimamente «materne» con una parola che anche in inglese («matrimony») implica appunto un riferimento a mater. Dal che si può dedurre che anche lui, in questa volontà di imporre il sigillo verbale e concettuale di «matrimonio» a unioni che tali non possono dirsi per la semplice ragione che l’etimologia non lo permette, percepisce un assurdo attacco al linguaggio. Lo stesso che è stato sferrato mediante la soppressione delle parole «padre», «madre», «moglie» e «marito» nella ridicola legge spagnola su matrimonio e famiglia. E che è soltanto una delle tante espressioni della strana voglia di lacci e ceppi legali e statali manifestata da un pezzo dall’ala apparentemente più estremista e radicale, ma a mio sommesso parere più bacchettona e conformista, del popolo omosessuale.
Nulla è più stupefacente di questa strana voglia. Che, del resto, diversamente da quanto comunemente si pensa, non è affatto diffusa in tutto il popolo omosessuale. Che ovviamente è assai più vasto di quella sua piccola frazione che sono le sue pattuglie ideologiche e politiche più rumorose, rozze e prepotenti. Ma purtroppo a dirigere il trescone sono proprio queste piccole pattuglie, avanguardie organizzate di un proletariato gay assolutamente ignaro dei malinconici effetti che avranno, sulle loro vite e le loro unioni, i successi politici che stanno conseguendo i suoi capetti con quel micidiale intruglio di vanità, ambizione, perbenismo e masochismo che è la loro zuppa ideologica.
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